Arzigoli

 

 

 

Come prevede il cursus honorum del Terzo Millennio, i GpN stanno percorrendo la Via Crucis del Successo: sono comparsi in televisione, sono stati arrestati, hanno sposato una fotomodella namibiana, hanno divorziato su un catamarano,, hanno acquistato una società di calcio, fondato un movimento politico, e salvato un gattino caduto in un canale.

Ora sono pronti per un crack milionario, seguiti da una soubrette fedele. Ma prima, vi regalano gli Arzigoli

 

 


INDICE:

1) Giochi di Società 2) Fare i bagagli 3) Gelometria per studenti madidi
4) I Tombini di Stoccolma 5) Uno studio su Joyce

6) I Flussi migratori dei Condor

7) La petizione 8) La Necropoli 9) Una tragedia simultanea

10) Nella casa infestata

11) La biologia riformata

12) Giochi per pochi

13) Manuale di Islandese

14) Le lingue inventate

15) Il Giardino del Signor Mc Gregor

 

 

 

 


 


Giochi di società (di Markus)


1. NASCONDINO

Si gioca preferibilmente in cinque o più società per azioni.
A turno, ciascuna società per azioni "sta sotto"; vale a dire che volta le spalle alle altre e conta ad alta voce e lentamente sino a cento in prossimità
di un segno (ad esempio, il segno dell'euro) tracciato su un muro con un pezzo di mattone. Le altre società per azioni si nascondono. Quando la società
per azioni che sta sotto arriva a cento, esclama: "Chi c'è, c'è, chi non c'è, non c'è? e comincia a cercare le altre. Se individua il nascondiglio
di una delle altre società per azioni, deve correre verso il segno tracciato sul muro, toccarlo e ?battere? la società per azioni individuata, cioè esclamare:
"Un due tre per", e qui la denominazione sociale della società per azioni che ha individuato e il luogo in cui la stessa si trova (ad esempio: "Un
due tre per Alfa S.p.A. dietro il cespuglio di ortensie"). Dal canto loro, le società per azioni che stanno nascoste devono tentare di uscire dal loro
nascondiglio, correre, prima che la società per azioni che sta sotto le "batta", verso il segno tracciato sul muro, toccarlo ed esclamare: "Un due
tre per me". Se riescono a farlo, si "liberano" e guadagnano un punto. Quando tutte le società per azioni concorrenti sono state "battute" o si sono "liberate",
la manche finisce e un'altra società per azioni passa a stare sotto.
 

 

Fare i bagagli (di Markus)

Fare i bagagli, per un uomo disordinato come me, è sempre stata un'impresa difficoltosa. Giusto qualche giorno fa stavo partendo alla volta di Anversa: dovevo essere all'aeroporto alle sette e cinquanta del mattino e meno di dieci ore prima, alle ventidue e dieci, stavo tentando di chiudere la valigia.
Avevo disfatto la valigia tre volte, chiedendomi se potevo lasciare a casa qualcuno dei molti oggetti che avevo ammassato. Al primo tentativo di revisione scartai soltanto il pelapomodori elettrico. Al secondo tentativo non scartai nulla. Al terzo tentativo riammisi il pelapomodori elettrico e mi accorsi che sino a quel momento mi ero dimenticato il concime per piante grasse.
Alle ventidue e quindici, a forza di saltare sopra la valigia reggendo i pesi da allenamento di mio cugino Ernesto, riuscii a chiuderla.
Avevo ancora un problema: dove avrei potuto metterla, una valigia così grossa e ingombrante? Ernesto, che mi aveva promesso uno strappo sino all'aeroporto, non aveva molto spazio a disposizione sulla sua motocarrozzetta, e quel poco era solitamente occupato da patate e cipolle.
Mi venne un'idea geniale: avrei messo la valigia dentro la valigia.
Compiuta l'operazione, andai a dormire.
L'indomani ero pronto per partire. Ernesto mi attendeva sotto il portone. Afferrai la valigia e… non riuscii neppure a smuoverla!
Puntellandomi con i piedi contro il muro, tentai di spingere la valigia per farla rotolare: nulla.
Trascorsi così svariati minuti e mi ridussi in un lago di sudore.
Ernesto salì.
- Ma che cosa aspetti?, - imprecò.
- La valigia, - imprecai.
- Sei una mezza sega, - imprecò. - Se andavi in palestra come me… te la porto io.
Ma neppure mio cugino riuscì a spostare la valigia.
Questo era inquietante. Avevo visto Ernesto in vacanza pavoneggiarsi di fronte ad un paio di sventole in bikini sollevando contemporaneamente due tavolini del bar con i mignoli, senza curarsi dei bicchieri in frantumi. Che non riuscisse a spostare la mia valigia era quasi un paradosso della fisica.
Improvvisamente capii. Avevo messo la valigia dentro la valigia… quindi dentro la valigia c'era la valigia… ma dentro la valigia, che era dentro la valigia, c'era la valigia… e dentro quest'ultima c'era…
Il peso complessivo era quindi diventato… infinito, credo…
Mentre Ernesto continuava stupidamente a tendere i muscoli, scappai in bagno. Un turbine di pensieri e di lacrime mi faceva girare la testa. Non sarei riuscito ad arrivare ad Anversa in tempo. Avevo sbagliato tutto? Se avessi messo, anziché la valigia dentro la valigia, la valigia fuori della valigia? Sarebbe cambiato qualcosa? Nella concitazione del momento, non riuscii a calcolarlo.

 

 

GELOMETRIA PER STUDENTI MADIDI (con esorcismi) (di Sherpa)

I GpN ora pretendono di riscrivere i libri di testo per le scuole, senza averne peraltro mai frequentate.

"Gelometria per studenti madidi" (con esorcismi), dell'ormai GpN Emerito Sherpa, si propone come primo anello di una collana. Nella peggiore delle ipotesi, usatelo come cappio.

 


Il punto è un'entità priva di lunghezza, larghezza e spessore. Per fare il punto occorre quindi dimagrire molto.

Il piano è una regione liscia e senza gobbe. Se vedete una gobba nel piano portatelo indietro e fatevi restituire i soldi.

Nel piano si possono tracciare infinte linee, purché non insorgano crampi alla mano.

La linea retta non ha né inizio né fine, essa è quindi assimilabile ad una soap opera.

Il piano non ha spessore, anch'esso è dunque assimilabile ad una soap opera.

Data una retta, si fa il gioco di chi ha detto "dammi retta".

Due rette parallele non si incontrano mai, forse hanno orari diversi.

Due rette non parallele si incontrano in un solo punto.
Dimostrazione: (i) due rette che si incontrano sono incidenti
(ii) per evitare altri incidenti non si incontrano più.

Le curve del piano hanno infinite tangenti. Le tangenziali in subappalto hanno infinite curve.

Le coniche sono curve. Dai calcoli si ottengono coniche, ma anche coliche.

Presa una linea, se ci cade per terra avremo una linea spezzata.

Gli angoli possono essere concavi, convessi o piatti, tuttavia un'angoliera contiene solo i piatti.

Una linea chiusa individua un'area, se resta chiusa a lungo l'area sarà viziata.

L'incrocio di tre linee rette genera un triangolo. L'incrocio di tre linee curve genera un garbuglio.

Chi disegna un triangolo fa una figura piana. Chi disegna un garbuglio fa una brutta figura.

Il triangolo ha 3 angoli, il rettangolo ha 4 angoli, il triangolo rettangolo ha 3 angoli e mezzo.

Se si taglia un cerchio si ottiene una corda, anche se a volte è più conveniente tagliare la corda.

Nello spazio ci sono infiniti piani, purtroppo senza ascensore.

Si conoscono diversi solidi, quelli che non si conoscono sono i solidi ignoti.

I solidi hanno un volume, se il volume è troppo alto attenzione a non cadere dallo scaffale.

Es. 1. Costruire un triangolo rettangolo a partire da due cateteri.

Es. 2. Dato un piano regolatore e varie tangenti, dimostrare che detratta l'area edificabile non esiste un angolo di verde.

Es. 3. Sapendo che i corpi celesti si muovono su orbite ellittiche, fare luce sull'ellisse di sole.

Es. 4. Data una sfera grande come il sole, trovare almeno un raggio durante il week end.

 

 

I Tombini di Stoccolma (di Markus)

 

Secondo le più recenti rivelazioni sono ormai dodici a Stoccolma i tombini finti.
Cinque di essi si trovano nella Gamla Stan: due in Västerlånggatan, uno in Järntorget, uno in Slottsbacken (quasi di fronte a Storkyrkan), e ben tre nella Lilla Nygatan. Gli altri sette sono collocati nelle più disparate zone della capitale: Tegeluddsvägen, Katarinavägen, Odenplan, Hötorget, Djurgårdsslatten e Sankt Eriksgatan (in quest'ultima strada ve ne sono due). Il più antico è in Västerlånggatan, davanti all'odierno pub Tre Kronor: comparve nel 1935; il più recente è quello in Odenplan, che sino a venti giorni fa non v'era.
Tutti sono comparsi dal nulla in una sola notte, senza che alcuno vedesse o sentisse alcunché. Nessun rumore, nessun movimento anomalo, mai una pietra scheggiata o un'impronta, niente di niente. Le forze dell'ordine non hanno mai sorpreso i costruttori (o il costruttore) all'opera. Per chi conosce la polis di Stoccolma, per chi ne apprezza la discreta, costante presenza sul territorio ciò rappresenta indubbio motivo di stupore.
Tutti i tombini finti sono in pietra o in cemento, a seconda del tipo di pavimentazione della strada in cui sorgono. Hanno forma esattamente quadrata. Non sono semplicemente dipinti, come si potrebbe pensare; sembrano scolpiti a bassorilievo. Hanno un finto interstizio che corre lungo il loro perimetro, finte irregolarità, segni di finta usura. Sebbene l'interstizio non sia che apparente, una banconota da dieci corone, se vi viene infilata, scompare, ad ogni effetto nel nulla, e non si riesce mai più a recuperarla. Non si hanno a disposizione dati sperimentali riguardo a banconote di taglio superiore.
In tutto e per tutto sono identici a tombini veri. Un osservatore ignaro non può cogliere alcuna differenza: solo la consultazione delle mappe catastali consente di discernerli.
Da anni gli inquirenti studiano le relazioni fra i luoghi e le date di comparsa dei falsi chiusini. Nonostante il ricorso a formule matematiche sempre più complesse, si sta affermando la convinzione che entrambe le seriazioni siano assolutamente casuali (in modo particolare, esse non paiono essere correlate al ciclo delle macchie solari, all'andamento della temperatura, alla fluttuazione degli indici di tutte le borse del mondo, ai risultati di campionato del Göteborg ). Ciò, come è ovvio, complica maledettemente le indagini.
Chi crea (usiamo volutamente questo termine generico) i falsi chiusini? Nessuno lo sa. Si pensò dapprima ad un burlone isolato, forse danese; poi ad una banda. Entrambe le teorie poggiano sull'acqua, come i nobili quartieri della splendida città.
Lo scherzo di un singolo uomo? Sessantasei anni separano il primo tombino dall'ultimo. Supponiamo che l'artefice del falso avesse nel 1935 quindici anni; oggi sarebbe un vecchio ottantunenne. Certo, potrebbe trattarsi di un anziano particolarmente arzillo, robusto e sano di mente - per quanto sano di mente possa essere, quale che ne sia l'età, un serial manhole-coverer; ma ad ogni uomo di buon senso le probabilità che il falso tombino del 1935 e quello del 2001 siano stati "creati" dalla stessa mano appaiono francamente molto scarse Un bel gioco dura poco. , recita un azzeccato adagio italiano.
Il burlone, però, potrebbe aver allevato un erede, più giovane, istruendolo e passandogli il testimone al momento opportuno. Questa tesi, nota agli addetti ai lavori come "teoria dell'Uomo mascherato" (Phantom theory, Spöketeori) con riferimento al celeberrimo eroe in calzamaglia dei fumetti , è stata sostenuta con indiscutibile vigore polemico dal signor Gunnar Flatfot, ispettore di polizia in pensione, ma ha lasciato decisamente freddi gli attuali inquirenti. Flatfot si è anche affannato a dimostrare che non è impossibile per un uomo solo, munito di utensili di comune reperibilità, costruire un tombino falso in una sola notte, senza far troppo rumore. A dire il vero, nel corso della dimostrazione Flatfot venne arrestato, e solo alcuni giorni dopo, chiarito l'equivoco, le autorità svedesi riuscirono a far pubblicare ai giornali popolari una smentita ai loro primi trionfali reportages sulla cattura del pericolo pubblico.
Una banda, allora? Certo, attribuire la "creazione" dei tombini ad un gruppo organizzato consente di spiegare l'enorme lasso di tempo nel quale si è svolta la delittuosa attività. Esistono nella storia criminale consorterie attive anche per secoli.
Ma quale sarebbe lo scopo associativo?
Un uomo può ben essere un burlone, un maniaco; non si conoscono società burlone, società maniache.
Va ricordato che nessun lucro pare ritraibile dalla attività di "creare" i tombini: anzi, essa comporta senza dubbio dei costi anche piuttosto onerosi (macchinari, materie prime...). Né si può attribuire alla ipotetica struttura alcuna finalità dimostrativa, eversiva o comunque lato sensu politica. Nessuna specificità simbolica hanno infatti i luoghi prescelti per le azioni, né alcuna particolare prossimità a centri di potere; nessuna rivendicazione è mai pervenuta ad alcuno. Nessun legame di carattere temporale sussiste con tensioni interne o internazionali.Più in generale, mai alla "creazione" dei tombini gli osservatori e l'opinione pubblica hanno attribuito alcuna valenza politica.
Saremmo di fronte, quindi, ad una società priva di causa.
Ciò non è sfuggito a quegli intellettuali che hanno sostenuto la teoria della banda, i quali si sono conseguentemente dedicati a rinvenire una motivazione per l'apparentemente insensato agire criminoso. Il texano Steven Parnell, che ha dedicato alla vicenda il romanzo Regurgitations, ha pensato all'espressione di un disagio giovanile. Nell'opera di Parnell da decenni un gruppo, perennemente perpetuantesi, di teen-agers delle periferie di Stoccolma crea i tombini finti per richiamare, forse inconsciamente, l'attenzione della società adulta sulla propria condizione di marginalità (definita, con interessante neologismo, edgeness). Il tombino finto, proprio per la sua esibita artificialità che va a turbare il regolare ordine architettonico della capitale, ha una straordinaria funzione deittica e si pone come un punto di tangenza impossibile fra due piani siti in diverse regioni del multiverso .
Dal canto suo, il discusso poeta italo-nuovaiorchese Vincent I. De Marco ritiene che i responsabili di questi gesti di vago sapore presituazionistico siano legati alle avanguardie storiche; il movente sarebbe quindi "meramente artistico, id est il più sciocco, il più inutile; ed, insieme, il più nobile, che vi possa essere" .
Non è mancato chi ha tentato di ridurre la portata dei crimini, attribuendo la "creazione" dei tombini a più persone, emule le une delle altre o le successive delle prime, ma fra loro del tutto estranee .
Addirittura taluno ha creduto che i chiusini fasulli possano nascere per un fenomeno naturale. Il romeno Ion Cornelianu, nel suo neo-apocalittico romanzo d'esordio, fortemente influenzato da Alfred Döblin e da H.P.Lovecraft , ipotizza - pur trasferendo il teatro della vicenda a Mosca - che essi siano il sintomo di una sorta di malattia cutanea di Metropoli. L'opera si chiude con l'urlo di agonia della città che rimbomba nelle fogne mentre concrezioni di sangue ghiacciato, di un tipo sconosciuto alla scienza medica, bruttano fontane e doccioni.
Quale che sia l'origine dei falsi tombini, una cosa è certa: il fenomeno è limitato alla capitale svedese. Notizie più o meno recenti circa il verificarsi di casi analoghi a Malmö e a Lahti, in Finlandia, sono risultate prive di fondamento e frutto, rispettivamente, dello scherzo malinteso di un insegnante di educazione fisica e di un errore di traduzione dal finnico.
E' nostra opinione che nessuno scoprirà mai la verità - se ve n'è una - sui tombini finti. D'altra parte, le nostre città sono zeppe di piccoli misteri che siamo ormai abituati a tollerare, perché li diamo per scontati. Chi semina l'erba nelle crepe del selciato? Chi ruba i tappini delle gomme alle biciclette lasciate in sosta sulle vie pubbliche? Dove sono i cestini delle immondizie? Perché c'è sempre una pozzanghera su cui il giornale può atterrare quando il vento ce lo strappa di mano? I tombini finti sono uno di questi piccoli misteri, solo un po' più visibile degli altri.
Non fanno male a nessuno. Sì, certo, poiché mediamente (mistero su mistero!) sono di 1,8 mm più sporgenti dei tombini veri rispetto al piano della sede stradale, l'accentuato dislivello rende correlativamente più facile inciamparvi. Secondo le statistiche, dal 1970 al 1974 a Stoccolma inciamparono ogni anno in un tombino vero 6,21 persone (3,13 donne e 3,08 uomini), in uno falso 6,58 (3,36 donne e 3,22 uomini). Come si vede, l'incremento è trascurabile sul piano pratico, sebbene scientificamente significativo.
Aggiungiamo incidentalmente che la differenza di altezza non vale a rendere riconoscibili i tombini falsi, dato che ben poche persone passeggiano per le vie di Stoccolma con un micrometro in tasca, e fra queste poche solo il signor Flatfot, cui si devono i dati sopra citati , lo usa per misurare i tombini.
Non si conosce alcun altro svantaggio legato alla presenza dei falsi chiusini . In compenso nel 1986 uno di essi permise la cattura di tre rapinatori mascherati che avevano appena consumato un colpo in un'agenzia della Svenska handelbanken. I malviventi avevano studiato un piano accurato che prevedeva la fuga traverso le fogne; ma, non disponendo di mappe catastali, né di micrometri, ignoravano che il chiusino da essi prescelto per accedere alla cloaca era fasullo.I secondi che sprecarono nel vano tentativo di aprirlo permisero alla polis di acciuffarli.
Una presenza quasi benefica, dunque, quella dei falsi chiusini. Di certo, un minuscolo elemento magico che accresce il fascino della superba capitale, quel fascino impalpabile che ben conosce chi nelle giornate trasparenti d'estate dai prati di Skeppsholmen o dalla passeggiata del Norr Malarstrand ha osservato la mole severa del Kungliga Slottet, le eleganti facciate delle case di Sondermalm, il sole leggero che le illumina, il loro riflesso sull'acqua.


(da Het Nederlandse Tijdschrift van Aardrijkskundigen, Utrecht, 2001, 11, 246
)

 

 

Un breve contributo agli studi su Joyce (di Markus)


In "La pietra di luna", di Wilkie Collins, lo studioso della letteratura inglese si imbatte per la prima volta in Joyce.
Dalla versione italiana di Piero Jahier e Maj-Lis Rissler Stone man (Garzanti 2002, pp. 175-179): "Joyce era il poliziotto di Frizinghall, che era stato lasciato dal sovrintendente Seegrave a disposizione del sergente Cuff. - Dunque, signor Betteredge, - continuò [il sergente Cuff], - lasciamo andare le ipotesi e
veniamo ai fatti. Ho detto a Joyce di tener d'occhio Rosanna. Dov'è Joyce? (.) - Dov'è Rosanna Spearman?, - chiese il sergente Cuff. - Non me lo so spiegare, - cominciò Joyce, - e mi dispiace molto. Ma non so come. (.) [il sergente disse: ] - Non credo che i vostri talenti siano adatti per noi, signor Joyce. La vostra attuale forma di impiego è un poco troppo elevata per le vostre capacità. Buongiorno".
Il dramma si è consumato.Il giovane Joyce si è impiegato come poliziotto, conformemente alla tradizione che spinge le forze dell'ordine a reclutare i propri uomini fra i figli della verde Irlanda. Ma non sa fare il poliziotto. Il sergente Cuff lo licenzia. Disperato per la perdita del lavoro, Joyce si consola con la letteratura.
Se Joyce non avesse perso di visto Rosanna Spearman, probabilmente non avremmo mai avuto Ulisse e Finnegan's wake.
Rimando a studi più approfonditi per valutare l'importanza dell'esperienza di poliziotto sull'autore Joyce. Ad esempio, l'intero Ulisse non è forse un lungo pedinamento, di Stephen Dedalus prima e di Leopold Bloom dopo, per le strade di Dublino?
Per il momento, restano la soddisfazione della scoperta e il rimpianto per la perdita integrale dei rapporti di polizia compilati dal giovane Joyce, quei rapporti che, ove si fossero conservati, costituirebbero la prima testimonianza della sua arte, e che, verosimilmente, il sergente Cuff stracciava, giudicandoli degli incomprensibili rompicapo.

 

 

 

Alcuni inopinati flussi migratori dei condor (di Markus)

Per puro caso, ho constatato la presenza di un condor isolato nei cieli
della ridente località di Ponzano Superiore.
Il rapace puntava deciso verso nord-ovest ad un'altezza dal suolo di circa
924 metri e 17 centimetri.
Mi accorsi di lui perché, servendomi di un binocolo Carl Zeiss del costo di
1,4 milioni di lire turche, stavo osservando la traiettoria seguita da una
mortadella Giacoboni che un forzuto aveva scagliato verso l'alto. Il
prelibato insaccato venne afferrato al volo dall'uccello, che identificai
rapidamente per un condor della Bolivia (Condor glaber) per la
caratteristica callosità che gli sormontava la testa.
Era la prima volta che un Condor della Bolivia veniva avvistato in Europa.
Si trovava a migliaia di chilometri dalle sue rotte abituali, aveva
attraversato un oceano... mi girava la testa. Perché lo aveva fatto? Che
cosa lo aveva spinto?
Con l'ausilio di una carta geografica scala 1: 50000 comprata nella libreria
di via Cairoli 1,4 e di un rectogoniocompasso con 1,4 bracci calcolai la
rotta che il rapace stava seguendo. Puntava decisamente su Belpasso.
Saltai sulla mia jeep e lo inseguii, tenendolo d'occhio con il binocolo Carl
Zeiss, dopo aver avvisato telefonicamente, in via preventiva, il questore
Zanchetta che, in nome della scienza, avrei violato una serie di norme del
codice della strada.
Il volo dei condor della Bolivia è così affascinante! Sembra di vedere
(cut)
Finalmente, proprio alle soglie dell'abitato di Belpasso, mi trovai a
distanza sufficientemente breve dal condor, che ora volava a soli 794 metri,
38 centimetri e 3 millimetri dal suolo.
Estrassi dalla tasca il mio fischietto da richiamo universale Junior
Woodchucks da 1,4 gigahertz, selezionai "condor della Bolivia" e fischiai.
Pochi istanti dopo, seguendo una elegante parabola, il rapace calava davanti
a me.
Stavo per trovarmi faccia a faccia con un condor della Bolivia, il feroce
dominatore dell'aria che
(cut)
Finalmente avrei capito, forse, che cosa stava cercando sui cieli della
nostra penisola.
Il condor atterrò e fece due o tre passi stentati. La sua goffaggine a terra
contrastava in modo impressionante con la sua eleganza, quando si poteva
spostare nel suo elemento naturale.
Pareva perplesso.
Si guardò intorno e vide il segnale indicatore: "Belpasso".
Rimase a fissarlo per alcuni istanti.
Poi, emettendo strani versi, come se stesse imprecando, spiccò nuovamente il
volo, nella direzione esattamente opposta a quella verso la quale stava
puntando fino a pochi istanti prima, e sparì all'orizzonte.

Copyright Giuristi per Naso. Tutti i