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Arzigoli
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Come prevede il cursus honorum del Terzo Millennio, i GpN stanno percorrendo la Via Crucis del Successo: sono comparsi in televisione, sono stati arrestati, hanno sposato una fotomodella namibiana, hanno divorziato su un catamarano,, hanno acquistato una società di calcio, fondato un movimento politico, e salvato un gattino caduto in un canale. Ora sono pronti per un crack milionario, seguiti da una soubrette fedele. Ma prima, vi regalano gli Arzigoli |
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INDICE:
| 1) Giochi di Società | 2) Fare i bagagli | 3) Gelometria per studenti madidi |
| 4) I Tombini di Stoccolma | 5) Uno studio su Joyce | |
| 7) La petizione | 8) La Necropoli | 9) Una tragedia simultanea |
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Giochi di società (di Markus)
Fare i bagagli (di Markus)
Fare i bagagli, per un uomo disordinato come me, è sempre stata un'impresa
difficoltosa. Giusto qualche giorno fa stavo partendo alla volta di Anversa:
dovevo essere all'aeroporto alle sette e cinquanta del mattino e meno di dieci
ore prima, alle ventidue e dieci, stavo tentando di chiudere la valigia.
Avevo disfatto la valigia tre volte, chiedendomi se potevo lasciare a casa
qualcuno dei molti oggetti che avevo ammassato. Al primo tentativo di revisione
scartai soltanto il pelapomodori elettrico. Al secondo tentativo non scartai
nulla. Al terzo tentativo riammisi il pelapomodori elettrico e mi accorsi che
sino a quel momento mi ero dimenticato il concime per piante grasse.
Alle
ventidue e quindici, a forza di saltare sopra la valigia reggendo i pesi da
allenamento di mio cugino Ernesto, riuscii a chiuderla.
Avevo ancora un
problema: dove avrei potuto metterla, una valigia così grossa e ingombrante?
Ernesto, che mi aveva promesso uno strappo sino all'aeroporto, non aveva molto
spazio a disposizione sulla sua motocarrozzetta, e quel poco era solitamente
occupato da patate e cipolle.
Mi venne un'idea geniale: avrei messo la
valigia dentro la valigia.
Compiuta l'operazione, andai a
dormire.
L'indomani ero pronto per partire. Ernesto mi attendeva sotto il
portone. Afferrai la valigia e… non riuscii neppure a
smuoverla!
Puntellandomi con i piedi contro il muro, tentai di spingere la
valigia per farla rotolare: nulla.
Trascorsi così svariati minuti e mi
ridussi in un lago di sudore.
Ernesto salì.
- Ma che cosa aspetti?, -
imprecò.
- La valigia, - imprecai.
- Sei una mezza sega, - imprecò. - Se
andavi in palestra come me… te la porto io.
Ma neppure mio cugino riuscì a
spostare la valigia.
Questo era inquietante. Avevo visto Ernesto in vacanza
pavoneggiarsi di fronte ad un paio di sventole in bikini sollevando
contemporaneamente due tavolini del bar con i mignoli, senza curarsi dei
bicchieri in frantumi. Che non riuscisse a spostare la mia valigia era quasi un
paradosso della fisica.
Improvvisamente capii. Avevo messo la valigia dentro
la valigia… quindi dentro la valigia c'era la valigia… ma dentro la valigia, che
era dentro la valigia, c'era la valigia… e dentro quest'ultima c'era…
Il peso
complessivo era quindi diventato… infinito, credo…
Mentre Ernesto continuava
stupidamente a tendere i muscoli, scappai in bagno. Un turbine di pensieri e di
lacrime mi faceva girare la testa. Non sarei riuscito ad arrivare ad Anversa in
tempo. Avevo sbagliato tutto? Se avessi messo, anziché la valigia dentro la
valigia, la valigia fuori della valigia? Sarebbe cambiato qualcosa? Nella
concitazione del momento, non riuscii a calcolarlo.
GELOMETRIA PER STUDENTI MADIDI (con esorcismi) (di Sherpa)
I GpN ora pretendono di riscrivere i libri di testo per le scuole, senza averne peraltro mai frequentate.
"Gelometria per studenti madidi" (con esorcismi), dell'ormai GpN Emerito Sherpa, si propone come primo anello di una collana. Nella peggiore delle ipotesi, usatelo come cappio.
Il punto è un'entità priva di lunghezza, larghezza e spessore. Per fare
il punto occorre quindi dimagrire molto.
Il piano è una regione liscia e senza gobbe. Se vedete una gobba nel piano portatelo indietro e fatevi restituire i soldi.
Nel piano si possono tracciare infinte linee, purché non insorgano crampi alla mano.
La linea retta non ha né inizio né fine, essa è quindi assimilabile ad una soap opera.
Il piano non ha spessore, anch'esso è dunque assimilabile ad una soap opera.
Data una retta, si fa il gioco di chi ha detto "dammi retta".
Due rette parallele non si incontrano mai, forse hanno orari diversi.
Due rette non parallele si incontrano in un solo punto.
Dimostrazione: (i)
due rette che si incontrano sono incidenti
(ii) per evitare altri incidenti
non si incontrano più.
Le curve del piano hanno infinite tangenti. Le tangenziali in subappalto hanno infinite curve.
Le coniche sono curve. Dai calcoli si ottengono coniche, ma anche coliche.
Presa una linea, se ci cade per terra avremo una linea spezzata.
Gli angoli possono essere concavi, convessi o piatti, tuttavia un'angoliera contiene solo i piatti.
Una linea chiusa individua un'area, se resta chiusa a lungo l'area sarà viziata.
L'incrocio di tre linee rette genera un triangolo. L'incrocio di tre linee curve genera un garbuglio.
Chi disegna un triangolo fa una figura piana. Chi disegna un garbuglio fa una brutta figura.
Il triangolo ha 3 angoli, il rettangolo ha 4 angoli, il triangolo rettangolo ha 3 angoli e mezzo.
Se si taglia un cerchio si ottiene una corda, anche se a volte è più conveniente tagliare la corda.
Nello spazio ci sono infiniti piani, purtroppo senza ascensore.
Si conoscono diversi solidi, quelli che non si conoscono sono i solidi ignoti.
I solidi hanno un volume, se il volume è troppo alto attenzione a non cadere dallo scaffale.
Es. 1. Costruire un triangolo rettangolo a partire da due cateteri.
Es. 2. Dato un piano regolatore e varie tangenti, dimostrare che detratta
l'area edificabile non esiste un angolo di verde.
Es. 3. Sapendo che i
corpi celesti si muovono su orbite ellittiche, fare luce sull'ellisse di
sole.
Es. 4. Data una sfera grande come il sole, trovare almeno un raggio durante il week end.
I Tombini di Stoccolma (di Markus)
Secondo le più recenti rivelazioni sono ormai dodici a Stoccolma i tombini
finti.
Cinque di essi si trovano nella Gamla Stan: due in Västerlånggatan,
uno in Järntorget, uno in Slottsbacken (quasi di fronte a Storkyrkan), e ben tre
nella Lilla Nygatan. Gli altri sette sono collocati nelle più disparate zone
della capitale: Tegeluddsvägen, Katarinavägen, Odenplan, Hötorget,
Djurgårdsslatten e Sankt Eriksgatan (in quest'ultima strada ve ne sono due). Il
più antico è in Västerlånggatan, davanti all'odierno pub Tre Kronor: comparve
nel 1935; il più recente è quello in Odenplan, che sino a venti giorni fa non
v'era.
Tutti sono comparsi dal nulla in una sola notte, senza che alcuno
vedesse o sentisse alcunché. Nessun rumore, nessun movimento anomalo, mai una
pietra scheggiata o un'impronta, niente di niente. Le forze dell'ordine non
hanno mai sorpreso i costruttori (o il costruttore) all'opera. Per chi conosce
la polis di Stoccolma, per chi ne apprezza la discreta, costante presenza sul
territorio ciò rappresenta indubbio motivo di stupore.
Tutti i tombini finti
sono in pietra o in cemento, a seconda del tipo di pavimentazione della strada
in cui sorgono. Hanno forma esattamente quadrata. Non sono semplicemente
dipinti, come si potrebbe pensare; sembrano scolpiti a bassorilievo. Hanno un
finto interstizio che corre lungo il loro perimetro, finte irregolarità, segni
di finta usura. Sebbene l'interstizio non sia che apparente, una banconota da
dieci corone, se vi viene infilata, scompare, ad ogni effetto nel nulla, e non
si riesce mai più a recuperarla. Non si hanno a disposizione dati sperimentali
riguardo a banconote di taglio superiore.
In tutto e per tutto sono identici
a tombini veri. Un osservatore ignaro non può cogliere alcuna differenza: solo
la consultazione delle mappe catastali consente di discernerli.
Da anni gli
inquirenti studiano le relazioni fra i luoghi e le date di comparsa dei falsi
chiusini. Nonostante il ricorso a formule matematiche sempre più complesse, si
sta affermando la convinzione che entrambe le seriazioni siano assolutamente
casuali (in modo particolare, esse non paiono essere correlate al ciclo delle
macchie solari, all'andamento della temperatura, alla fluttuazione degli indici
di tutte le borse del mondo, ai risultati di campionato del Göteborg ). Ciò,
come è ovvio, complica maledettemente le indagini.
Chi crea (usiamo
volutamente questo termine generico) i falsi chiusini? Nessuno lo sa. Si pensò
dapprima ad un burlone isolato, forse danese; poi ad una banda. Entrambe le
teorie poggiano sull'acqua, come i nobili quartieri della splendida città.
Lo
scherzo di un singolo uomo? Sessantasei anni separano il primo tombino
dall'ultimo. Supponiamo che l'artefice del falso avesse nel 1935 quindici anni;
oggi sarebbe un vecchio ottantunenne. Certo, potrebbe trattarsi di un anziano
particolarmente arzillo, robusto e sano di mente - per quanto sano di mente
possa essere, quale che ne sia l'età, un serial manhole-coverer; ma ad ogni uomo
di buon senso le probabilità che il falso tombino del 1935 e quello del 2001
siano stati "creati" dalla stessa mano appaiono francamente molto scarse Un bel
gioco dura poco. , recita un azzeccato adagio italiano.
Il burlone, però,
potrebbe aver allevato un erede, più giovane, istruendolo e passandogli il
testimone al momento opportuno. Questa tesi, nota agli addetti ai lavori come
"teoria dell'Uomo mascherato" (Phantom theory, Spöketeori) con riferimento al
celeberrimo eroe in calzamaglia dei fumetti , è stata sostenuta con
indiscutibile vigore polemico dal signor Gunnar Flatfot, ispettore di polizia in
pensione, ma ha lasciato decisamente freddi gli attuali inquirenti. Flatfot si è
anche affannato a dimostrare che non è impossibile per un uomo solo, munito di
utensili di comune reperibilità, costruire un tombino falso in una sola notte,
senza far troppo rumore. A dire il vero, nel corso della dimostrazione Flatfot
venne arrestato, e solo alcuni giorni dopo, chiarito l'equivoco, le autorità
svedesi riuscirono a far pubblicare ai giornali popolari una smentita ai loro
primi trionfali reportages sulla cattura del pericolo pubblico.
Una banda,
allora? Certo, attribuire la "creazione" dei tombini ad un gruppo organizzato
consente di spiegare l'enorme lasso di tempo nel quale si è svolta la delittuosa
attività. Esistono nella storia criminale consorterie attive anche per
secoli.
Ma quale sarebbe lo scopo associativo?
Un uomo può ben essere un
burlone, un maniaco; non si conoscono società burlone, società maniache.
Va
ricordato che nessun lucro pare ritraibile dalla attività di "creare" i tombini:
anzi, essa comporta senza dubbio dei costi anche piuttosto onerosi (macchinari,
materie prime...). Né si può attribuire alla ipotetica struttura alcuna finalità
dimostrativa, eversiva o comunque lato sensu politica. Nessuna specificità
simbolica hanno infatti i luoghi prescelti per le azioni, né alcuna particolare
prossimità a centri di potere; nessuna rivendicazione è mai pervenuta ad alcuno.
Nessun legame di carattere temporale sussiste con tensioni interne o
internazionali.Più in generale, mai alla "creazione" dei tombini gli osservatori
e l'opinione pubblica hanno attribuito alcuna valenza politica.
Saremmo di
fronte, quindi, ad una società priva di causa.
Ciò non è sfuggito a quegli
intellettuali che hanno sostenuto la teoria della banda, i quali si sono
conseguentemente dedicati a rinvenire una motivazione per l'apparentemente
insensato agire criminoso. Il texano Steven Parnell, che ha dedicato alla
vicenda il romanzo Regurgitations, ha pensato all'espressione di un disagio
giovanile. Nell'opera di Parnell da decenni un gruppo, perennemente
perpetuantesi, di teen-agers delle periferie di Stoccolma crea i tombini finti
per richiamare, forse inconsciamente, l'attenzione della società adulta sulla
propria condizione di marginalità (definita, con interessante neologismo,
edgeness). Il tombino finto, proprio per la sua esibita artificialità che va a
turbare il regolare ordine architettonico della capitale, ha una straordinaria
funzione deittica e si pone come un punto di tangenza impossibile fra due piani
siti in diverse regioni del multiverso .
Dal canto suo, il discusso poeta
italo-nuovaiorchese Vincent I. De Marco ritiene che i responsabili di questi
gesti di vago sapore presituazionistico siano legati alle avanguardie storiche;
il movente sarebbe quindi "meramente artistico, id est il più sciocco, il più
inutile; ed, insieme, il più nobile, che vi possa essere" .
Non è mancato chi
ha tentato di ridurre la portata dei crimini, attribuendo la "creazione" dei
tombini a più persone, emule le une delle altre o le successive delle prime, ma
fra loro del tutto estranee .
Addirittura taluno ha creduto che i chiusini
fasulli possano nascere per un fenomeno naturale. Il romeno Ion Cornelianu, nel
suo neo-apocalittico romanzo d'esordio, fortemente influenzato da Alfred Döblin
e da H.P.Lovecraft , ipotizza - pur trasferendo il teatro della vicenda a Mosca
- che essi siano il sintomo di una sorta di malattia cutanea di Metropoli.
L'opera si chiude con l'urlo di agonia della città che rimbomba nelle fogne
mentre concrezioni di sangue ghiacciato, di un tipo sconosciuto alla scienza
medica, bruttano fontane e doccioni.
Quale che sia l'origine dei falsi
tombini, una cosa è certa: il fenomeno è limitato alla capitale svedese. Notizie
più o meno recenti circa il verificarsi di casi analoghi a Malmö e a Lahti, in
Finlandia, sono risultate prive di fondamento e frutto, rispettivamente, dello
scherzo malinteso di un insegnante di educazione fisica e di un errore di
traduzione dal finnico.
E' nostra opinione che nessuno scoprirà mai la verità
- se ve n'è una - sui tombini finti. D'altra parte, le nostre città sono zeppe
di piccoli misteri che siamo ormai abituati a tollerare, perché li diamo per
scontati. Chi semina l'erba nelle crepe del selciato? Chi ruba i tappini delle
gomme alle biciclette lasciate in sosta sulle vie pubbliche? Dove sono i cestini
delle immondizie? Perché c'è sempre una pozzanghera su cui il giornale può
atterrare quando il vento ce lo strappa di mano? I tombini finti sono uno di
questi piccoli misteri, solo un po' più visibile degli altri.
Non fanno male
a nessuno. Sì, certo, poiché mediamente (mistero su mistero!) sono di 1,8 mm più
sporgenti dei tombini veri rispetto al piano della sede stradale, l'accentuato
dislivello rende correlativamente più facile inciamparvi. Secondo le
statistiche, dal 1970 al 1974 a Stoccolma inciamparono ogni anno in un tombino
vero 6,21 persone (3,13 donne e 3,08 uomini), in uno falso 6,58 (3,36 donne e
3,22 uomini). Come si vede, l'incremento è trascurabile sul piano pratico,
sebbene scientificamente significativo.
Aggiungiamo incidentalmente che la
differenza di altezza non vale a rendere riconoscibili i tombini falsi, dato che
ben poche persone passeggiano per le vie di Stoccolma con un micrometro in
tasca, e fra queste poche solo il signor Flatfot, cui si devono i dati sopra
citati , lo usa per misurare i tombini.
Non si conosce alcun altro svantaggio
legato alla presenza dei falsi chiusini . In compenso nel 1986 uno di essi
permise la cattura di tre rapinatori mascherati che avevano appena consumato un
colpo in un'agenzia della Svenska handelbanken. I malviventi avevano studiato un
piano accurato che prevedeva la fuga traverso le fogne; ma, non disponendo di
mappe catastali, né di micrometri, ignoravano che il chiusino da essi prescelto
per accedere alla cloaca era fasullo.I secondi che sprecarono nel vano tentativo
di aprirlo permisero alla polis di acciuffarli.
Una presenza quasi benefica,
dunque, quella dei falsi chiusini. Di certo, un minuscolo elemento magico che
accresce il fascino della superba capitale, quel fascino impalpabile che ben
conosce chi nelle giornate trasparenti d'estate dai prati di Skeppsholmen o
dalla passeggiata del Norr Malarstrand ha osservato la mole severa del Kungliga
Slottet, le eleganti facciate delle case di Sondermalm, il sole leggero che le
illumina, il loro riflesso sull'acqua.
(da Het Nederlandse Tijdschrift van Aardrijkskundigen, Utrecht, 2001, 11,
246)
Un breve contributo agli studi su Joyce (di Markus)
In "La pietra di
luna", di Wilkie Collins, lo studioso della letteratura inglese si imbatte per
la prima volta in Joyce.
Dalla versione italiana di Piero Jahier e Maj-Lis
Rissler Stone man (Garzanti 2002, pp. 175-179): "Joyce era il poliziotto di
Frizinghall, che era stato lasciato dal sovrintendente Seegrave a disposizione
del sergente Cuff. - Dunque, signor Betteredge, - continuò [il sergente Cuff], -
lasciamo andare le ipotesi e
veniamo ai fatti. Ho detto a Joyce di tener
d'occhio Rosanna. Dov'è Joyce? (.) - Dov'è Rosanna Spearman?, - chiese il
sergente Cuff. - Non me lo so spiegare, - cominciò Joyce, - e mi dispiace molto.
Ma non so come. (.) [il sergente disse: ] - Non credo che i vostri talenti siano
adatti per noi, signor Joyce. La vostra attuale forma di impiego è un poco
troppo elevata per le vostre capacità. Buongiorno".
Il dramma si è
consumato.Il giovane Joyce si è impiegato come poliziotto, conformemente alla
tradizione che spinge le forze dell'ordine a reclutare i propri uomini fra i
figli della verde Irlanda. Ma non sa fare il poliziotto. Il sergente Cuff lo
licenzia. Disperato per la perdita del lavoro, Joyce si consola con la
letteratura.
Se Joyce non avesse perso di visto Rosanna Spearman,
probabilmente non avremmo mai avuto Ulisse e Finnegan's wake.
Rimando a studi
più approfonditi per valutare l'importanza dell'esperienza di poliziotto
sull'autore Joyce. Ad esempio, l'intero Ulisse non è forse un lungo pedinamento,
di Stephen Dedalus prima e di Leopold Bloom dopo, per le strade di
Dublino?
Per il momento, restano la soddisfazione della scoperta e il
rimpianto per la perdita integrale dei rapporti di polizia compilati dal giovane
Joyce, quei rapporti che, ove si fossero conservati, costituirebbero la prima
testimonianza della sua arte, e che, verosimilmente, il sergente Cuff
stracciava, giudicandoli degli incomprensibili rompicapo.
Alcuni inopinati flussi migratori dei condor (di Markus)
Per puro caso, ho constatato la presenza di un condor isolato nei cieli
della ridente località di Ponzano Superiore.
Il rapace puntava deciso verso nord-ovest ad un'altezza dal suolo di circa
924 metri e 17 centimetri.
Mi accorsi di lui perché, servendomi di un binocolo Carl Zeiss del costo
di
1,4 milioni di lire turche, stavo osservando la traiettoria seguita da una
mortadella Giacoboni che un forzuto aveva scagliato verso l'alto. Il
prelibato insaccato venne afferrato al volo dall'uccello, che identificai
rapidamente per un condor della Bolivia (Condor glaber) per la
caratteristica callosità che gli sormontava la testa.
Era la prima volta che un Condor della Bolivia veniva avvistato in Europa.
Si trovava a migliaia di chilometri dalle sue rotte abituali, aveva
attraversato un oceano... mi girava la testa. Perché lo aveva fatto?
Che
cosa lo aveva spinto?
Con l'ausilio di una carta geografica scala 1: 50000 comprata nella libreria
di via Cairoli 1,4 e di un rectogoniocompasso con 1,4 bracci calcolai la
rotta che il rapace stava seguendo. Puntava decisamente su Belpasso.
Saltai sulla mia jeep e lo inseguii, tenendolo d'occhio con il binocolo Carl
Zeiss, dopo aver avvisato telefonicamente, in via preventiva, il questore
Zanchetta che, in nome della scienza, avrei violato una serie di norme del
codice della strada.
Il volo dei condor della Bolivia è così affascinante! Sembra di
vedere
(cut)
Finalmente, proprio alle soglie dell'abitato di Belpasso, mi trovai a
distanza sufficientemente breve dal condor, che ora volava a soli 794 metri,
38 centimetri e 3 millimetri dal suolo.
Estrassi dalla tasca il mio fischietto da richiamo universale Junior
Woodchucks da 1,4 gigahertz, selezionai "condor della Bolivia" e fischiai.
Pochi istanti dopo, seguendo una elegante parabola, il rapace calava davanti
a me.
Stavo per trovarmi faccia a faccia con un condor della Bolivia, il feroce
dominatore dell'aria che
(cut)
Finalmente avrei capito, forse, che cosa stava cercando sui cieli della
nostra penisola.
Il condor atterrò e fece due o tre passi stentati. La sua goffaggine
a terra
contrastava in modo impressionante con la sua eleganza, quando si poteva
spostare nel suo elemento naturale.
Pareva perplesso.
Si guardò intorno e vide il segnale indicatore: "Belpasso".
Rimase a fissarlo per alcuni istanti.
Poi, emettendo strani versi, come se stesse imprecando, spiccò nuovamente
il
volo, nella direzione esattamente opposta a quella verso la quale stava
puntando fino a pochi istanti prima, e sparì all'orizzonte.
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