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Le Lingue Inventate
di Riccardo Venturi |
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Venturi e l'Interlinguistica |
Come ogni gruppo di potere, anche i GpN hanno fiancheggiatori, amici e sostenitori, oltre che amanti dalla carnagione bianca e soda e misteri insoluti. Nella categoria (quale ?) ben si inserisce il poderoso Riccardo Venturi, detto Venturik. Uomo dai formidabili appetiti e studioso instancabile, ci ha regalato un Manuale di Islandese, di prossima pubblicazione su questo sito, e un Prontuario delle Lingue che nessuno parla (non è esattamente così, ma noi non siamo linguisti e Riccardo ci perdonerà l'operazione di marketing). Imbarazzati (vox media n.d.r.) dal valore di quest'ultima opera, è non senza entusiasmo che lasciamo la parola al nostro prode. |
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Che cos'è l'interlinguistica?
Sotto tale nome, generalmente, si intende
lo studio e la classificazione delle
lingue non naturali
(artificiali,
rituali, glossolaliche ecc.). Tale termine sembra essere
stato creato
dal linguista francese Pierre Monnerot-Dumaine, autore (nel
1960) di un
"Précis d'Interlinguistique".
Mi è venuta quindi l'idea, per
rompere un po' di nuovo il ghiaccio (sono
notoriamente una sorta di "motore Diesel"), di presentare su
questo NG
qualche lingua non naturale facendo precedere le singole
presentazioni
da questa introduzione di carattere generale e teorico (la
quale, lo
ammetto, potrebbe risultare un po' "ostica"). Comunque la si
pensi (e
garantisco di non essere un esperantista!), l'invenzione
linguistica è
connaturata al verbigerare umano e se ne hanno esempi
documentati fin
dall'antichità.
Ma da che cosa nasce
l'invenzione linguistica? E' possibile tracciarne
una tipologia teorica? La risposta è affermativa, anche se,
lo confesso,
qualche dubbio può e deve ancora sussistere al
riguardo.
Una prima rozza tipologia
potrebbe essere quella basata sulla polarità
della lingua come espressione e come relazione/comunicazione.
Potrebbero
cioè inventarsi
linguepuramente o
soprattutto espressive, a scopi
poetici ed esoterici, spesso originali, difficili,
irregolari. Tra
queste rientrano anche le
"
lingueinfantili"
(diversi di noi ne avranno
inventate da bambini;
e, tra questi, io stesso. Senz'ombra di
egocentrismo ed esibizionismo, ma al solo fine scientifico,
né darò
prima o poi conto), o certe
linguedi società
segrete, oppure ancora
lingue a scopi di più
ampia intercomprensione internazionale (come
l'esperanto, l' "occidental", il "Latino sine flexione"
eccetera).
Scrive un grande linguista,
Roman Jakobson:
«Nella combinazione delle unità linguistiche vi è una scala
crescente di
libertà. Nella combinazione di tratti distintivi in fonemi,
la libertà
del parlante individuale è zero; il codice ha già stabilito
tutte le
possibilità che possono essere utilizzate in una data lingua.
La libertà
di combinare fonemi per produrre parole è circoscritta, è
limitata alla
situazione marginale della coniazione di nuove parole. Nella
formazione
di frasi da parole il parlante è meno costretto. E
finalmente, nella
combinazione di frasi per formare espressioni [utterances]
l'azione
delle regole obbligatorie di sintassi cessa e la libertà, di
un
qualsiasi parlante individuale, di creare nuovi contesti
aumenta
sostanzialmente, sebbene non si debbano trascurare le
numerose
espressioni stereotipe di ogni lingua.»
[Roman Jakobson, "Aphasia as a Linguistic Problem", in R.
Jakobson/M.Halle, "Fundamentals of Language", C. van
Wijk,
's-Gravenhage, 1956, p.60]
Si potrebbe quindi dire, assieme
al Bausani ["Le
lingue
inventate",
Roma, Ubaldini, 1974, p. 13] che esistano quattro gradi di
libertà
creativa nella lingua:
- I grado: livello "vitale",
preculturale, inconscio dei fonemi;
- II grado: livello delle parole (o della "parole", per dirla
col De
Saussure);
- III grado: livello della frase;
- IV grado: livello dell'espressione.
Sorvolando allora sull'ovvia
libertà creativa di IV grado, che può
essere esercitata in qualsiasi lingua naturale, si
potrebbero
classificare le
lingueartificiali in
tre tipi, secondo che:
1) Creino una sintassi speciale,
non naturale, lasciando però
sostanzialmente intatto il patrimonio morfologico e fonetico
della
lingua naturale (certi linguaggi poetici e cerimoniali),
oppure:
2) Creino un nuovo lessico
lasciando più o meno intatta la morfologia
del linguaggio naturale (i gerghi, certe
lingue segrete
africane,
lingue
poetiche), oppure:
3) Creino una nuova morfologia
oltre al nuovo lessico, lasciando più o
meno intatto il patrimonio fonetico del linguaggio
naturale
dell'inventore (come molte
lingue
inventate"universali"),
oppure:
4) Tentino persino di mutare il
patrimonio fonematico della lingua
naturale dell'inventore (caso rarissimo, ma esistente sia in
qualche
lingua inventata "universale" che in qualche lingua inventata
infantile
o adolescenziale, come ad esempio la mia -che si chiama, per
la cronaca,
"kelartico", in "lingua originale"
<kjallartänn>).
In conclusione, l'inventività
linguistica potrebbe dunque dirigersi in
due direzioni, una "sacrale" ed una "laica". A loro volta, in
ambedue le
direzioni, potrebbe presupporsi un'ulteriore bipartizione,
cosicché
avremmo quattro tipi di
lingue
inventate:
A.
Lingue
inventate sacrali
A1. Lingua inventata sacra vera e propria (ad es. il
"balaibalan" della
setta sufista araba degli Huruf);
A2. Pseudolinguaggio sacro parziale (glossolalia o "parlare
in
lingue";
formule magiche)
B.
Lingue
inventate laiche
B1. Lingua artificiale "laica" di puro gioco espressivo
(
lingue
inventate da ragazzi,
come un Riccardino
Venturidi anni 13
alle prese
col suo "kelartico" nel quale redigeva, manco a dirlo, il
diario segreto
e scriveva poesie all'amichetta del cuore, l'unica "iniziata"
ai misteri
di quella lingua; mais où sont les neiges d'antan?)
B2. Lingua artificiale di comunicazione (l'esperanto, il
volapük,
l'interlingua, l'occidental, l'ido, il solresol ecc.).
Nei casi A1 e B2 predominerebbe
dunque un elemento "sociale" (tali
lingue, cioè, sacrali
o laiche che siano, servirebbero soprattutto ad
una comunicazione); nei casi A2 e B1, invece, predominerebbe
un elemento
"asociale" (puramente espressivo o di gioco).
Andrò quindi, un po' a casaccio,
a presentare alcune di queste
lingue
inventate. Comincerò
con una lingua laica di comunicazione, il volapük
dell' abate tedesco Johann Martin Schleyer.
l Volapük, secondo la
classificazione espressa nell'introduzione, è una
lingua "laica di comunicazione". Si tratta, ovvero, di una
lingua
artificiale inventata e perfezionata da una singola persona a
scopi di
comunicazione internazionale.
Prima di affrontarne una storia
ed una morfologia schematica, va detto
che il Volapük è una cosiddetta lingua artificiale di tipo
"misto". Le
lingue artificiali di
comunicazione sogliono essere suddivise in
lingue
"a priori" (nel senso che l'impianto morfologico ed il lessico
sono
totalmente arbitrari) e "a posteriori" (nel senso che la
maggior parte
dell'impianto morfologico ed il lessico derivano da
modificazioni più o
meno accentuate di una o più
linguenaturali). Il
Volapük presenta sia
caratteri "a priori" che "a posteriori": la maggior parte
delle sue
radici sono prese dall'inglese o da qualche altra lingua
europea, mentre
gli elementi morfologici, molte particelle, i pronomi ecc.
sono del
tutto arbitrari.
Il Volapük (propriamente "Lingua
del mondo", da <vol> "mondo" < inglese
<world> e <pük> "lingua" < inglese
<speak>) fu inventato dal prete
cattolico tedesco Johannes Martin Schleyer (1831-1912, di
Baden). Tra i
volapükisti era diffusa una sorta di leggenda, in base alla
quale la
lingua sarebbe stata il frutto di un'ispirazione improvvisa e
quasi
miracolosa sopraggiunta in una notte d'insonnia dello
Schleyer,
esattamente il 31 marzo 1879.
Per una decina d'anni, cioè fino
all'avvento dell'esperanto, il Volapük
ebbe un successo ed una diffusione che hanno dello
straordinario,
specialmente se si considera il suo impianto rigidamente
agglutinante e,
quindi, decisamente "strano" per la maggior parte dei
parlanti di
lingue
occidentali. Senza spingersi in considerazioni fuori luogo, è
indubbio
che il "pubblico" europeo non ha e non può avere una grande
familiarità
con questo particolare tipo linguistico, con le ovvie
eccezioni dei
baschi e dei parlanti di
lingueugrofinniche o
uraloaltaiche (ungheresi,
finlandesi, estoni, turchi).
Certamente dev'essere apprezzata
la tendenza dello Schleyer a creare una
lingua effettivamente "universale", e non solo paneuropea;
ma,
evidentemente, i tempi erano prematuri per un'operazione del
genere.
Tale tendenza "universale" si manifestava tra l'altro con
tratti
abbastanza ingenui; ad esempio, lo Schleyer aveva abolito il
fonema
[ r ] perché impronunciabile per i cinesi, lasciando però [ l
]
(impronunciabile, ad esempio, ai giapponesi), [ p ]
(inesistente in
arabo) e così via. Inoltre, nel Volapük sono tranquillamente
presenti
fonemi vocalici procheili ( [ y ], [ œ ] ), notati
perdipiù
graficamente "alla tedesca" ( < ü >, < ö >
).
Per quanto riguarda il lessico,
come detto, la maggior parte delle
radici è ripresa dall'inglese o da altre
lingue europee; ma
con
deformazioni tali da renderle quasi totalmente
irriconoscibili (in V.
ogni radice deve iniziare e terminare con una consonante).
Così, le
parole inglesi <world>, <speak>, <love>
diventano rispettivamente <vol>,
<pük>, <löf>, il romanzo <complimento /
compliment > ecc. diventa uno
scheletrito <plim> ed internazionalismi a base latina
come <academia>
danno roba tipo <kadem>.
In Volapük le vocali servono ad
indicare i casi della declinazione (che
sono in tutto quattro, compreso il nominativo), mentre le
consonanti
sono riservate alle terminazioni della coniugazione verbale.
Così, dalla
radice <pük> "lingua", si ha ad esempio:
- genitivo
< pük-a > "della
lingua"
- dativo
< pük-e > "alla
lingua"
- accusativo < pük-i >
"la lingua"
[Si noti che la terminazione del
genitivo, < -a>, appare di chiara
derivazione slava, mentre le terminazioni del dativo e
accusativo, <-e>,
<-i> sono identiche a quelle degli analoghi casi del
turco. D'altronde,
si narra che lo Schleyer avesse una conoscenza più o meno
approfondita
di ben cinquanta
lingue!].
Il nominativo plurale si forma
con il morfema <-s>, il quale viene
aggiunto in fondo ad ogni singola forma del plurale:
nom.
<pük-s>
"
lingue
", gen. <pük-a-s>, dat. <pük-e-s>, acc.
<pük-i-s>.
Gli aggettivi hanno tutti la
terminazione caratteristica <-ik>, sia in
posizione attributiva che predicativa; i numerali sono in
parte
inventati di sana pianta, in parte deformazioni di quelli
inglesi.
Il "vanto" di Schleyer e dei
Volapükisti è però la coniugazione verbale,
unica e assolutamente regolare. Come in ogni lingua
agglutinante che si
rispetti, tutto è affidato a dei morfemi (affissi e suffissi)
appunto
"agglutinati" (cioè incollati) alla radice. La voce (attiva e
passiva)
ed il tempo sono indicati da dei prefissi, la persona da dei
suffissi
coincidenti formalmente coi pronomi personali (si ha quindi
una
distinzione di genere nelle terze persone) ed il modo da un
suffisso
posto alla fine, anche dopo la terminazione personale.
Ecco, ad esempio, l'indicativo
presente Volapük del verbo <löfön>
"amare" (radice <löf->):
1s
löf-ob "io
amo"
2s löf-ol
"tu ami"
3s/m löf-om
"egli ama"
3s/f löf-of
"ella ama"
3s/n löf-os
"esso ama"
1p löf-ob-s
"noi
amiamo"
2p löf-ol-s
"voi
amate"
3p/m löf-om-s
"essi amano"
3p/f löf-of-s
"esse amano"
3/impers. löf-on
"si ama" (on aime, man liebt)
Gli altri tempi si formano, come
detto, prefiggendo a queste forme,
rispettivamente:
a.
ä-
per l'imperfetto
[
ä-löf-ob "io amavo"]
b. e-
per il perfetto
[
e-löf-ob "io amai / ho amato"]
c. i-
per il
piuccheperfetto
[
i-löf-ob "io avevo amato"]
d. o-
per il futuro
[
o-löf-ob "io amerò]
e. u-
per il futuro
perfetto
[
u-löf-ob "io avrò amato"]
Gli altri modi si formano invece
aggiungendo a tutte le singole forme
dell'indicativo i seguenti suffissi:
I.
-la
per il congiuntivo
[
löf-ol-la "che tu ami"
e-löf-ob-la "che io abbia amato]
II.
-ös per
l'ottativo
III. -öv
per il condizionale
IV. -öd
per l'imperativo
V. -öz
per lo iussivo
VI. -ön
per l'infinito
VII. -öl
per il participio
I tempi e i modi del passivo si
formano prefiggendo alle forme intere
dell'attivo <p-> (o <pa-> nel solo caso del
presente indicativo, che
inizia sempre per consonante). Così, ad esempio:
pa-löf-ön "essere
amato"
p-ä-löf-ob-s "noi eravamo amati"
ecc.
Ciascuno dei tempi e modi
suddetti può avere una forma aspettuale
durativa (che esprime, cioè, la durata o continuità
dell'azione). Tale
forma aspettuale si ottiene inserendo un infisso <-i->
dopo il prefisso
indicante il tempo:
p-e-i-löf-of "essa è stata sempre amata"
I riflessivi/reciproci si
formano aggiungendo il suffisso <-ok> a tutte
le persone dei vari tempi e modi:
löf-ob-s-ok "noi ci amiamo"
Come risultato pratico, si ha
che un fervente Volapükista dell'800,
Konrad Lentze, vantava le 505.440 ( ! ) forme differenti che
poteva
assumere uno *stesso* verbo Volapük come una notevole qualità
positiva
di questa lingua.
A proposito del Volapük,
malgrado la sua natura ed i suoi scopi spingano
ad inserirlo nella tipologia delle
lingueartificiali di
comunicazione,
non si può fare a meno di notare la sua grande somiglianza
con alcune
lingue infantili. Va
detto che lo Schleyer riteneva le regole del
Volapük pressoché intangibili, e che voleva farne
effettivamente una
lingua capace di esprimere ogni più minuta sfumatura di
pensiero, al
pari di quelle naturali.
Il Volapük ebbe un vero e
proprio, ma effimero, momento di gloria durato
una decina d'anni. Poco dopo la sua pubblicazione contava
quasi un
milione di aderenti; tre congressi internazionali (di cui
l'ultimo, a
Parigi nel 1889, fu tenuto esclusivamente in Volapük)
sembrarono
consacrare il suo trionfo in tutto il mondo (esistevano 283
club
volapükisti sparsi nei cinque continenti, 316 grammatiche in
25
lingue,
25 riviste ecc.). Ma ben presto, proprio dopo il 1890 ed in
concomitanza
con la diffusione del ben più semplice esperanto, iniziò il
suo rapido
declino.
Una delle cause principali di
ciò, oltre all'esperanto, fu il contrasto
tra gli atteggiamenti "arcaici" e autoritari dello Schleyer,
che voleva,
come detto, dotare la sua lingua di tutte le risorse che
poteva offrire
una lingua naturale, e quelli di molti altri volapükisti, che
lo
vedevano semplicemente come una "lingua ausiliaria e
commerciale". Ma
per questo scopo la lingua era troppo strana, non familiare
e, in ultima
analisi, difficilissima.
Il Volapük continuò comunque a
vivere una vita alquanto grama anche nel
XX secolo (scusate, ma ancora mi fa un po' d'impressione dire
"nel
secolo scorso"). Ancora nel 1960 esistevano suoi adepti ed un
giornale
in Olanda. Alcuni parlanti sembrano essere "sopravvissuti"
anche oltre;
ma nel 1980, in occasione del centenario della lingua, ne
furono
reperiti solo dieci in tutto il mondo. Nonostante ciò, si
vocifera che
un piccolo movimento Volapükista ancora esista in Europa ai
giorni
nostri.
Ne fa forse fede il fatto che,
in questo momento, ho aperto un motore di
ricerca il quale mi dà esattamente 559 siti Internet dedicati
in tutto o
in parte al Volapük (tra i quali il seguente:
http://ns.southern.edu/~caviness//Volapuk/HBoV/
contiene la scannerizzazione dell'intera grammatica Volapük di
Charles
E. Sprague, "Handbook of Volapük", pubblicata nel 1888. Sul
frontespizio
compare il simbolo ufficiale del V. con il famoso
motto:<Menad bal, pük
bal> "Una sola umanità, una sola lingua".
Il fenomeno dell'invenzione
linguistica cosciente, associato alla
pratica del cabalismo, fu discretamente sviluppato nel mondo
medievale
musulmano; e le dottrine cabalistiche più radicali furono
espresse dalla
setta degli < hurûfî > [indico qui con il circonflesso
la quantità lunga
della vocale], una denominazione derivante da < hurûf
>, plurale fratto
arabo di < harf > "lettera".
La setta degli Hurûfi fu fondata
da Fazlullâh di Asterâbâd alla fine del
XIV secolo in Iran, e si diffuse particolarmente in Anatolia
dove
divenne, col tempo, la dottrina esoterica della comunità dei
Bektashi,
presenti fino in Albania. Il concetto fondamentale del
cabalismo hurûfî
è che Dio, inafferrabile nella sua essenza, si manifesta
mediante il
Verbo: ora, il Verbo è composto di suoni, e, nella tradizione
islamica,
i suoni si identificano con le lettere (hurûf). L'insieme
delle lettere
(e dei loro valori numerici!) è dunque l'insieme di tutte le
possibilità
emanative e creative di Dio.
Ma gli Hurûfî non si limitarono
a commentare cabalisticamente il Corano;
essi giunsero ad elaborare una lingua "segreta", completa di
grammatica,
sintassi e lessico, detta < Bâlaibalan >.
In occidente, la sola notizia
certa sul Bâlaibalan è, per così dire,
"sepolta" in un vetusto tomo del 1813, opera del grande
orientalista
francese S. De Sacy. Chi fosse interessato ed avesse voglia
di recarsi
alla Bibliothèque Nationale di Parigi potrà consultarne una
copia, come
io ho fatto con una discreta emozione, richiedendo in lettura
il IX
Volume delle "Notices et Extraits des Manuscrits de la
Bibliothèque
Impériale", Paris, 1813, pp. 365-396; il saggio del De Sacy
è
intitolato: "Kitâb asl al-maqâsid wa fasl al marâsid, Le
Capital des
Objets Recherchés et le Chapitre des Choses Attendues, ou
Dictionnaire
de l'Idiome Balaibalan".
Il Bâlaibalan, da molti
considerato (forse a ragione) la prima lingua
artificiale mai concepita e strutturata sistematicamente, è
dunque
conosciuto esclusivamente dal manoscritto della Bibliothèque
Nationale
"scovato" e studiato dal De Sacy: esso contiene un
dizionario
bâlaibalan-persiano-turco con un riassunto della grammatica
ed alcuni
scarsissimi testi. Le spiegazioni sono date prevalentemente
in turco.
Il bâlaibalan è una lingua
totalmente diversa dall'arabo, nella sua
struttura; anzi, il suo carattere prevalentemente
agglutinante fa
pensare che essa sia stata concepita da un turco. Il nome
della lingua
segreta è decisamente mistico: < bâl-a i-Balan >
significa infatti "La
lingua del Vivificatore". ( < balan > è il participio
presente del verbo
< balam > "vivificare, instillare il soffio della
vita"). Poiché tale
espressione si tradurrebbe in arabo, esattamente, < lisân
al-Muhyî >, ed
in arabo esiste il nome proprio < Muhyi' d-Dîn >, si è
persino
ipotizzato che il creatore della lingua si chiamasse appunto
così.
Il lessico del bâlaibalan è
estremamente composito: su un impianto
morfologico e sintattico decisamente "turco" (anzi, meglio:
"ottomano",
visto che nel b. si hanno comunemente le "izâfat" alla
persiana e i
plurali fratti stile arabo!) si innestano parole di orgine
araba (non in
maggioranza), turca, persiana e persino romanza.
Vediamo un breve testo in bâlaibalan:
< Ba-šân-a y-An-a y-afnân-a y-ahabân. Y-asnam ra-y-An chunâ
wazanas
ra-giwzâw-a i-našâ fâjâ, a-fajaš fa-mîm-a i-mafnâ ra-'âlâ-bî
qâjâ,
a--i-rfam a-i-mafam ja makn-ad Sanaš zât jâm-a i-nanšanâ
a-y-axšanâ,
a-ja maqrî a-lamnâ-bi chunâyâ ra-i-karfanâ râ-yâ
y-a'šanâ. >
"Nel nome di Dio Clemente
Misericordioso. Lode sia a Dio, che originò i
Princìpi delle Cose come luce, e sorse dalla bocca degli
inneggianti ai
Suoi segni come Manifestazione; e la preghiera e la lode
siano su nostro
Signore il Lodato [= Maometto], prima origine della totalità
dellc cose
derivate e delle cose semplici, e sulla sua famiglia e i suoi
compagni
che, per coloro che sono ben disposti verso di loro, sono i
Mediatori."
Devo purtroppo rinunciare ad
un'analisi un po' più approfondita delle
forme del bâlaibalan, per un'ovvia mancanza di spazio;
sarebbe stato
comunque interessante analizzare soprattutto il complesso
delle metafore
mistico-cabalistiche alla base di certi termini. Uno per
tutti: in
bâlaibalan, "specchio" si dice < pîr >. La parola è
identica al persiano
< pîr >, che però significa "Maestro, iniziatore
mistico". Non si
riuscirebbe a comprendere il nesso, se nei testi persiani
coevi il
"maestro di cabala" non venisse spesso definito "Specchio
del
discepolo"! E così, ancora, la "bocca", < mîm > in
bâlaibalan, non si
comprenderebbe se non si sapesse che, nel linguaggio
immaginifico della
poesia turco-persiana, una bocca piccola e graziosa è
sovente
paragonate, come forma, alla lettera <mîm>
dell'alfabeto arabo (di forma
piccola e rotonda).
Fra le
linguecompletamente
inventate, il
bâlaibalan si distingue per la
sua completezza ed ingegnosità, e batte di qualche lunghezza
anche certe
lingue artificiali
europee ben più recenti. Naturalmente, era assai
diverso il suo scopo: esso è da una parte pratico, per
mantenere quella
disciplina arcana tipica di certi circoli mistici musulmani
e,
dall'altra, squisitamente mistico, quasi un tentativo di
"imitatio Dei".
Tra le
lingue
inventate (e di
qualche successo) più curiose di Tutti i diritti riservati.
tempi deve sicuramente essere annoverato il "Solresol",
concepito
attorno al 1817 da un insegnante di scuola media francese,
Jean François
Sudre (di Albi, 1787-1862).
Costui, alla ricerca di un
linguaggio autenticamente "universale", ebbe
l'idea di prendere le sette note musicali -segni sicuramente
uniformi ed
invariabili, anche se in diversi paesi non vengono denominate
nel modo
risalente a Guido D'Arezzo- e di farne degli elementi
linguistici per un
idioma, va da sé, totalmente "a priori".
Queste note potevano essere
usate in sette modi diversi, che così
costituiscono altrettante forme di questa lingua
universale:
1) Si possono enunciare o
scrivere i nomi delle note o le loro iniziali;
2) Si possono cantare o suonare su qualsiasi strumento;
3) Si possono scrivere con la notazione musicale;
4) Si possono rappresentare con sette segni stenografici
speciali
-scritti o disegnati in aria con un dito (tali segni
furono
appositamente inventati da un appassionato sostenitore di
questa lingua.
V. Gajewski, e possono essere considerati come una sorta di
precursori
dell'alfabeto per sordomuti);
5) Si possono rappresentare con le prime sette cifre arabe (o
di
qualsiasi altro sistema numerico grafico), o con un
corrispondente
numero di colpi sonori, di pressioni tattili ecc.:
6) Si possono rappresentare per mezzo dei sette colori dello
spettro,
con segnali colorati ecc, con modulazioni di una sirena
ecc.;
7) Si possono designare toccando con l'indice della mano
destra le
cinque dita della mano sinistra e i loro quattro intervalli
(la mano
funge quindi da pentagramma).
Il lessico del "Solresol" è,
come è facile immaginare, del tutto "a
priori" (essendo formato dalla combinazione infinita delle
sette note),
ma non è basato su una classificazione filosofica delle idee
(come nel
caso di altre
lingueartificiali o
di vari "thesaurus" di
lingue
naturali, come ad es. il celeberrimo "Roget's Thesaurus"
inglese).
La formazione del lessico di tale lingua è totalmente
arbitraria.
Le parole sono tutte formate
dalla successione delle sette sillabe
corrispondenti ai nomi delle note musicali.
Le combinazioni di una o due note/sillabe sono le particelle
e i
pronomi:
<
si >
"sì"
< do >
"no"
< re >
"e"
< dore >
"io"
< redo >
"mio"
Le combinazioni di tre o quattro
note/sillabe sono le parole di maggior
uso:
<
doredo >
"tempo"
< doremi >
"giorno"
< dorefa >
"settimana"
< dofasolmi >
"bello"
La derivazione si effettua in vari modi:
1) Per differenza di
accentazione (a tale riguardo, una parola può
essere anche isotona):
<
sirelasi > (isotona) "costituire"
< 'sirelasi >
"costituzione"
< si'relasi >
"costituente"
< sire'lasi >
"costituzionale"
< sirela'si >
"costituzionalmente"
Alla differenza di accentazione
sono affidate anche funzioni
morfologiche, come ad esempio il plurale dei sostantivi e
degli
aggettivi (ultima sillaba tonica):
<
'redo > "mio"
< re'do >
"miei"
<
'sisol >
"signora"
< si'sol >
"signore"
<
do'remire >
"occhio"
< doremi're >
"occhi"
2) Per capovolgimento sillabico,
in modo da ottenere il contrario di
un'idea o di un concetto:
<
Domisol >
"Dio"
< Solmido >>
"Satana, il Diavolo"
<
misol > "il bene"
< solmi >
"il male"
<
dofasolmi >
"bello"
< misolfado >
"brutto"
3) Mediante un complesso sistema
di particelle, alle quali sono affidate
tutte le funzioni morfologiche (ad esempio, < fasi >
serve per il
comparativo di maggioranza degli aggettivi e degli avverbi,
< sifa > per
il comparativo di minoranza ecc.); il verbo è invariabile
nella sua
forma lessematica (corrispondente all'infinito presente),
mentre i vari
tempi e modi sono marcati da due note ripetute (che precedono
il lessema
verbale). Così:
< sidofa > "cominciare"
<dore sidofa >
"io comincio"
<dore dodo sidofa >
"io cominciavo"
<dore rere sidofa >
"io cominciai, ho cominciato ecc."
<dore mimi sidofa >
"io comincerò, avrò cominciato"
<dore fafa sidofa >
"io comincerei, avrei cominciato"
<solsol sidofa! >
"comincia!"
<lala sidofa>
"cominciando, avendo
cominciato"
<sisi sidofa>
"cominciato"
I difetti di una lingua siffatta
sono evidenti.
In primis, la continua ripetizione di sette sillabe sempre
identiche
crea infinite possibilità di equivoci nella divisione delle
parole (e,
non per niente, Boleslas Gajewski, l'autore della più
importante
grammatica del Solresol, ripete praticamente in ogni pagina
quanto
segue: «Nous renouvelons cette recommandation: en parlant, il
faut
s'arrêter un peu après chaque mot en SOLRÉSOL, pour que la
personne qui
écoute ne confonde pas les mots»). Com'è possibile, per un
orecchio
ancora non bene allenato, distinguere con precisione, ad
esempio, tra
<famisi domido> "portare l'universo" e < fami
sidomido > "questo luogo"?
Ciononostante, il Solresol fu
senz'altro la prima lingua artificiale
universale completa e, soprattutto, ben reclamizzata; tra i
suoi
"testimonial", oltre a varie commissioni dell'Institut de
France, si
ebbero personaggi del calibro del musicista Luigi Cherubini,
del
filologo Emile Burnouf e di Victor Hugo, Alphonse de
Lamartine e
Alexander Humboldt. Fu premiata con 10.000 franchi
all'Esposizione
Universale di Parigi del 1855 e fu addirittura usata per
qualche tempo
da parte della marina militare francese per le segnalazioni
sonore e
visive.
Tuttora è possibile che esistano
degli "adepti" del Solresol, almeno a
giudicare dalla quantità di siti Internet che ho reperito su
di esso. Ne
segnalo uno assai completo:
http://www2.polarnet.com/~srice/solresol/intro.htm
Diceva il grande filosofo Leibniz: "I Romani, per loro fortuna, il
latino lo sapevano già. Se avessero dovuto impararlo, non avrebbero
avuto tempo per conquistare il mondo".
Eppure non sto neanche a dire quanto la lingua latina sia stata,
specialmente in epoca medievale e rinascimentale, veramente una lingua
con caratteri di autenitica universalità nel mondo occidentale. Lo
stesso, ovviamente, si potrebbe dire del greco in quello orientale;
eppure si tratta di due lingue non propriamente facili. Questa è una
cosa che tutti gli inventori di lingue artificiali con pretese
"universalistiche" non hanno quasi mai tenuto nel debito conto: ciò che
rende una lingua, per un dato periodo più o meno lungo, veramente
"universale" NON E' la sua maggiore o minore facilità (preso per assunto
che non esistono lingue "facili" in assoluto, neppure quelle
artificiali). E' il suo prestigio culturale; associato, spesso e
volentieri, ad una predominanza tecnologica, economica e politica del
paese o dei paesi dove si è sviluppata. Attualmente è l'inglese, e stop.
Non c'è nulla da fare, con buona pace di tutti.
Tutta questa "tirata" per introdurre un paio di lingue artificiali che,
in epoche diverse, si sono prefisse di "reintrodurre" il latino come
lingua universale, modificandolo e semplificandolo al massimo grado. In
pratica, del latino hanno mantenuto l'impianto lessicale (si tratta
quindi di lingue artificiali "a posteriori"), modificandone grandemente
quello morfologico e sintattico (a volte con elementi "a priori").
Beninteso, sono da far notare anche i periodici tentativi di rimettere
in auge il latino vero e proprio come lingua ausiliare sovranazionale;
tentativi che hanno invariabilmente prodotto delle belle traduzioni da
parte di stupefacenti latinisti contemporanei (come lo spagnolo Marcelo
Mir, cui sono dovute tutte le traduzioni dei fumetti di Asterix
[genitivo: Asterigis], o Ugo Enrico Paoli, cui è dovuto il "Pinoculus"),
ma poco o niente più.
Ad una modifica del latino si deve il primo progetto completo di lingua
artificiale "a posteriori" mai concepito. Fu ideato nel '700 da un dotto
tedesco di cui si conosce solo lo pseudonimo, "Carpophorophilus" (il che
fa supporre che fosse membro o comunque in relazione con la celebre
"Fruchtbringende Gesellschaft", la prima "Crusca" tedesca). Bisogna
tornare ancora a Leibniz ed alle sue idee filosofiche sulla "grammatica
razionale", sull'analisi di tutte le idee dello spirito umano e alla
loro riduzione ad elementi semplici. Leibniz abbozzò fra l'altro i
concetti di una sua "lingua filosofica", ed è a lui che si devono i
princìpi di base che sarebbero stati poi seguiti, in varie forme, da
pressoché tutti gli "inventori di lingue" venuti dopo.
In base a questi princìpi, nel 1734 il Carpophorophilus prese il latino
e si occupò di "leibnizizzarlo" (mi scuserete quest'orrore lessicale).
Soppresse prima di tutto tutte le complicazioni: via le declinazioni,
via tutte le irregolarità ed eccezioni, via persino certe
caratteristiche fonetiche della lingua dei Cesari, sostituite assai poco
"universalmente" (come vedremo meglio in seguito) da tratti decisamente
teutonici.
La declinazione viene sostituita da articoli; e visto che il latino
l'articolo non ce lo ha, il Carpo&c., curiosamente (visto che avrebbe
potuto prendere tranquillamente quello greco!), si servì di quello
ebraico, < ha >. Altrettanto curiosamente, non lo inserì in un sistema
pienamente analitico (preposizione + articolo, come in italiano,
francese, inglese...), ma gli affibbiò una "declinazione" arbitraria
(genitivo < he >, dativo < hi >, accusativo < ho >; per fortuna almeno
il vocativo e l'ablativo furono eliminati).
I sostantivi mantengono certe terminazioni del nominativo latino (-us,
-a, -is ...) ma formano il plurale invariabilmente aggiungendo la
terminazione ebraica < -im>: < domus >, pl. < domusim >;
< nominanda > "nome", pl. < nominandaim >; < fallans > "ingannatore",
pl. < fallansim > ecc. Così si comportano gli aggettivi; i verbi
adottano, manco a dirlo, hanno una coniugazione uniforme e
regolarissima, con ampio uso di ausiliari ( < esso > "essere" e < hafo >
"avere").
Per quanto riguarda il lessico, Il Carpo&c. adottò quello latino, ma
sopprimendone Tutti i diritti riservati. sinonimi "inutili" e, soprattutto, standardizzando
le derivazioni (un principio basilare di tutte le lingue artificiali; si
pensi ad esempio all'esperanto). La derivazione è invariabilmente
deverbale. Così:.
1. < fall-o > "ingannare"
2. Sostantivo astratto: < -anda >
< fallanda > "inganno"
3. Nomen agentis: < -ans >
< fallans > "ingannatore"
4. Aggettivo derivato: < -alis >
< fallalis > "ingannevole"
5. Participio passato: < -adus >
< falladus > "ingannato"
eccetera.
Al lettore attento non saranno sfuggite due cose:
a) La decisa "germanizzazione fonetica": < hafo >, < falladus >;
b) La terribile somiglianza di questa lingua con il "Newspeak" di George
Orwell. Va da sé che questa è un'accusa che è stata rivolta a *tutte* le
lingue artificiali "a posteriori"; e, a mio parere, a ragione.
Sia come sia, eccovi il "Padre Nostro" nel "Latino" del
Carpophorophilus:
O baderus noderus, ki du [1] esso in selumim
Fakdade sankadus ha nominanda duus
Adfenade ha rennanda duus
Fakdade ha volanda duus
Siko in selum siko in terra.
Dona a nos hodie ho panis noderus onnidialis
Remitte a nos ha debitumim noderusim
Siko nos remitto hoim hi debitansim noderusim
E non induke nos in tendanda
Sede libere nos ab ho malanda, amen.
[1] Germanismo piuttosto ovvio: "der du".
Il "Latino Sine Flexione" di Giuseppe Peano
2a parte
________________________________________________
Ma vediamo adesso come funziona il "Latino Sine Flexione" di Giuseppe
Peano. Avverto che l'esposizione sarà un po' lunga; quindi, a chi fosse
interessato, consiglio di stamparla e di leggersela con tranquillità e/o
a più riprese.
Va detto che la principale "originalità" del LSF consiste nel fatto che
esso non ha bisogno né di grammatiche, né di speciali dizionari per
essere scritto o compreso; basta una grammatica scolastica del latino
classico, e un qualsiasi dizionario (esistente in ogni lingua). Le
"regole" del LSF sono regole di semplificazione e regolarizzazione
(morfologica e sintattia) del latino classico.
Per quanto riguarda la pronuncia, Peano lasciò libertà di adottare
quella scolastica di ogni singolo paese; tanto più che lo scopo
principale era quello di fare del LSF un mezzo di comunicazione
principalmente scritta, e non orale. Nei casi in cui delle persone di
diversi paesi desiderassero parlare in LSF, Peano raccomandava però di
usare la pronuncia cosiddetta "scientifica" (per cui, ad esempio,
< docere > si pronuncia /dokere/, < laetus > /la-e-tus/ (e non /letus/)
ecc.).
I nomi e gli aggettivi sono dati dal tema latino; anche chi non conosca
questa lingua, o non la conosca bene, può desumere il tema da un comune
dizionario scolastico con la seguente semplice regola:
1. genitivo in <-ae> = tema in <-a>
2. genitivo in <-i> = tema in <-o>
3. genitivo in <-is> = tema in <-e>
4. genitivo in <-us> = tema in <-u>
5. genitivo in <-ei> = tema in <-e>
Per cui:
latino classico LSF
1. rosa, -ae rosa "rosa"
2. filius, -ii filio "figlio"
3. homo, hominis homine "uomo"
4. status, -us statu "stato"
5. res, rei re "cosa"
I generi vengono ridotti a due: maschile e femminile. Con l'eliminazione
del neutro, i sost. di tale genere vengono ad assumere la forma del
maschile: < verbo > "parola", < mare >, < animale > ecc.
Il plurale si forma aggiungendo <-s> al singolare (corrisponde, cioè,
all'accusativo plurale del latino classico):
sing. pl.
1. rosa rosa-s "rose"
2. filio filio-s "figli"
3. homine homine-s "uomini"
4. statu statu-s "stati"
5. re re-s "cose"
Così si comportano anche gli ex-neutri: < verbos >, < mares >,
< animales > (lat.cl. < verba >, < maria >, < animalia >).
Da notare, però, che l'uso del plurale NON è obbligatorio nel LSF, e può
essere tralasciato quando il contesto sia chiaro. Ad esempio, dopo un
numerale (che già di per sé indica pluralità): < tres homine> "tre
uomini", < duo filio > "due figli", < quinque re > "cinque cose".
(Si tratta di una caratteristica di diverse lingue naturali, come ad es.
l'ungherese: le tre frasi precedenti sarebbero rese risp. con < három
ember >, < két gyermek >, < öt dolog > (e non <*emberek, *gyermekek,
*dolgok).
Essendo il Latino di Peano "sine flexione", va da sé che la declinazione
del sostantivo, dell'aggettivo e del pronome viene sostituita, come
nelle lingue romanze, dall'uso (regolarizzato al massimo) di
preposizioni. Nel LSF, come nel latino classico, non esiste l'articolo,
per cui:
filio "(il) figlio"
de filio "di/del figlio"
ad filio "a/al figlio"
per filio "per/per il figlio"
ab filio "da/dal figlio"
cum filio "con/con il figlio" ecc.
Una curiosità del LSF è la resa dell'infinito sostantivato (come in it.
"errare è umano". Poiché Peano non permise all'infinito dei verbi di
avere funzione nominale, ma solo verbale ("violentandone" decisamente la
natura, si potrebbe dire...), una frase come quella italiana viene resa:
a. O con il sostantivo deverbale corrispondente: < errore es humano>;
b. Oppure con il puro tema verbale preceduto dall'articolo *greco*
neutro < to > : < to erra es humano >.
L'ordine delle parole nel periodo viene regolarmente riportato a quello
delle lingue moderne più diffuse (tedesco escluso...), per cui è
rigidamente SVO: < filio ama matre > (lat.cl. < filius matrem amat>),
< matre es amata ab filio > (lat. cl. <filius a matre amatur>) ecc.
La semplificazione del LSF, come si può vedere, tende a mantenere il
lessico latino, ma a farne una lingua totalmente analitica
(contrariamente alla sinteticità estrema del latino classico, che ne
rappresenta una delle maggiori difficoltà pratiche). Così, ad esempio,
oltre alla scomparsa della declinazione nominale e pronominale, la
comparazione degli aggettivi si fa esclusivamente mediante avverbi:
Lat. cl. LSF
pos. velox, -cis veloce "veloce"
c.m. veloc-ior, -ius plus veloce
sup. veloc-issimus maximo veloce
(Si può dire anche < velocissimo > ma l'uso del superlativo sintetico
non è assolutamente obbligatorio).
Gli avverbi di modo sono, come nel latino classico, formati aggiungendo
<-e> al tema dell'aggettivo, ma con una regolarizzazione totale; indi
per cui, da < bon-o> si ha < bon-e> (e non il classico <bene>). La
terminazione, essendo stata "abolita per decreto" quella in <-ter> degli
aggettivi della II classe (lat.cl. < diligens > - < diligenter >), viene
usata anche con gli aggettivi con tema in < -e>, per cui l'avverbio
viene ad avere la stessa forma dell'aggettivo: < diligente >. Per
evitare ambiguità, però, si può dire sempre < in modo diligente >.
I pronomi personali sono anch'essi "sflessionati" ed hanno un'unica
forma (corrispondente a quella dell'accusativo originale):
me "io"
te "tu"
se "sé"
illo "egli, lui"
illa "ella, lei"
nos "noi"
vos "voi"
illos "essi, loro"
illas "esse, loro"
Poiché, come vedremo, i verbi hanno un'unica forma per ogni tempo, il
loro uso è obbligatorio come soggetto (come in molte lingue moderne!):
< me ama matre > "io amo (mia) madre", < te ama filio > "tu ami (tuo)
figlio" ecc. In funzione di complemento diretto, il pronome personale
segue obbligatoriamente la forma verbale: < matre ama me > "(mia) madre
mi ama", < filios ama vos > "i (vostri) figli vi amano" ecc. In funzione
di complemento indiretto, i pronomi sono regolarmente introdotti da <ad>
e seguono la forma verbale o il complemento diretto: < matre dona malo
ad me / matre dona ad me malo > "(mia) madre mi dà una mela", < matre
dona illo ad me > ecc.
Si noti il pronome neutro < id > "ciò".
Un rimasuglio di flessione si ha nel pronome interrogativo/relativo
< qui >, che ammette l'accusativo originale < quem > ogni qualvolta sia
necessario evitare ambiguità. In < qui >, ovviamente, sono confluiti sia
l'interrogativo classico < quis > che il relativo < qui >; non si ha
però più alcuna distinzione di genere.
Il verbo è, inutile dirlo, semplificato e regolarizzato al massimo
grado. L'infinito verbale classico viene mantenuto però inalterato, ed
il tema si ottiene togliendo la terminazione, qualunque essa sia:
infinito tema verbale
ama-re ama-
habe-re habe-
lege-re lege-
cape-re cape- "prendere"
senti-re senti-
es-se es- "essere"
fer-re fer- "portare"
Curiosamente, Peano non se la sentì di eliminare tutte le irregolarità
verbali del latino classico, ed ammise le seguenti forme anomale:
vel-le vol- "volere"
face-re fac- "fare"
duce-re duc- "condurre"
dice-re dic- "dire"
i-re ir- "andare"
(Però si possono usare liberamente anche le forme regolarizzate: < vel-,
face-, duce-, dice-, i- !)
Da notare che i verbi deponenti latini sono riportati alla loro
ipotetica forma attiva:
*horta-re horta- "esortare"
(l.cl. <hortari>)
*vere-re vere- "temere"
(l.cl. <vereri>)
*more-re more- "morire"
(l.cl. <mori>)
ecc.
I tempi sono ridotti a tre (presente, passato e futuro); i modi a
quattro (indicativo, imperativo, infinito e participio). Il congiuntivo,
croce e delizia del latino classico, è soppresso ed espresso mediante
perifrasi (che a volte rischiano di essere più complicate delle forme
classiche, ma questo è un altro discorso).
Il puro tema verbale corrisponde al presente indicativo e
all'imperativo, che hanno una singola forma:
me ama = io amo
te ama = tu ami
illo ama = egli ama
nos habe = noi abbiamo
vos lege = voi leggete
illos senti = esse sentono
ama te! = ama!
lege vos! = leggete!
Esiste un unico tempo passato, composto con l'ausiliare <habere>:
me habe amato = io ho amato, amai, avevo amato ecc.
te habe habito = io ho avuto, ebbi, avevo avuto
illo habe sentito = egli ha sentito, sentì, aveva sentito
nos habe sperato = noi abbiamo sperato, sperammo ecc.
vos habe monito = voi avete ammonito, ammoniste ecc.
illas habe parturito = esse hanno partorito, partorirono ecc.
Da notare che Peano accolse i participi perfetti latini rigorosamente
nella loro forma originale, non "regolarizzandoli. Quindi:
legere lecto "letto"
me habe lecto "io ho letto, lessi"
facere facto "fatto"
me habe facto ecc.
ferre lato "portato"
me habe lato ecc.
manere manso "rimasto"
me habe manso "io sono rimasto ecc."
Solo nel caso in cui non esistesse una forma classica propria, Peano
procedette arbitrariamente; così < esse > ha un participio < stato >
( < me habe stato > "io sono stato, fui, ero stato ecc.), < discere > fa
< discito >, < velle > fa < voluto >. Inoltre, i verbi irregolari della
prima coniugazione vengono ricondotti ad un participio in <-ato>
(quindi, <adiuvare> fa <adiuvato> e non <*adiuto>).
Si può formare, se necessario, un imperfetto con la forma cristallizzata
<soleba> + l'infinito: < illo soleba amare> "egli amava",
< me soleba dicere > "io dicevo" ecc. Il verbo "essere" ammette una
forma speciale per l'imperfetto: < era > (ma si può dire anche < me
soleba esse > "io ero" ecc.)
Così si comporta il futuro, formato liberamente con l'ausiliare < vol >
(come in inglese, ed anche in rumeno!) + il tema verbale:
me vol ama "io amerò" (I will/shall love)
te vol labora " tu lavorerai" (you will work)
illo vol face " egli farà " (he will do)
nos vol lege " noi leggeremo" (we will/shall read)
vos vol senti " voi sentirete " (you will feel)
illos vol es " essi saranno " (they will be)
Una caratteristica del LSF è che, ogniqualvolta un avverbio o comunque
il contesto del periodo non diano adito ad ambiguità temporali, l'uso
dei tempi verbali NON E' obbligatorio e si può tranquillamente ricorrere
al tema verbale/presente indicativo.
Così, in presenza dell'avverbio < heri > "ieri", che già di per sé
indica un'azione passata, si può tranquillamente dire:
< heri me labora > "ieri lavoravo/ho lavorato/lavorai"
( < heri me habe laborato > è permesso, ma è considerato inutile e
ridondante).
Così con l'avverbio < cras > "domani", che già di per sé indica
un'azione futura:
< cras me labora > "domani lavorerò/lavoro"
(al posto di < cras me vol labora >)
Peano introdusse nel suo LSF una "progressive form" del tutto simile a
quella italiana o inglese, formata con il verbo "essere" + il participio
presente:
me es scribente "io sto scrivendo", "I am writing"
te es legente "tu stai leggendo", "you are reading"
me era scribente "io stavo scrivendo"
nos vol esse legente "noi staremo leggendo" ecc.
Con la perifrasi < persistere ad > + infinito si forma una sorta di
iterativo, o continuativo:
me persiste ad legere "io continuo a leggere,
leggo di continuo" ecc.
(Il LSF è il "regno" delle perifrasi; una loro analisi sarebbe troppo
complicata qui, e va detto che, nel suo "furore" semplificatore, Peano
forse non si accorse che il suo ricondurre tutto a perifrasi, a volte
non immediate, in realtà tutt'altro faceva che rendere più facile il
LSF).
Sopravvive, come abbiamo visto, il participio presente nella sua forma
di derivazione classica:
ama-re am-ante
habe-re hab-ente
lege-re leg-ente
senti-re sent-iente
Nel verbo < ire > è ammessa sia la forma classica < eunte > che quella
regolarizzata < iente >.
Il participio presente, la cui forma avverbiale è invariabile (
<diligente> "diligente"/"diligentemente"), può avere anche la funzione
del nostro gerundio (e di quello latino classico): < legente >
"leggente, che legge" / "leggendo". In generale, però, anche qui si
preferisce ricorrere a perifrasi. Frasi classiche come < errando
discitur > "sbagliando s'impara" vengono rese con qualcosa come < homo
dum erra disce > "l'uomo, mentre sbaglia, impara", oppure < qui erra
disce > "chi sbaglia impara" ecc. Si capisce da questo l'autentico
sforzo di agilità mentale che è necessario per esprimersi correttamente
in LSF; uno sforzo che è forse il principale responsabile del fallimento
totale questa lingua per altro così ben congegnata.
Il passivo è naturalmente di tipo analitico, espresso come in italiano e
moltissime altre lingue con l'ausiliare "essere" + il participio
passato: < me es amato > "io sono amato", < me habe stato monito > "io
sono stato/fui/ero stato ammonito", < id soleba esse facto > "ciò veniva
fatto", < nos vol esse interfecto > "noi saremo uccisi" ecc.
L'eliminazione del congiuntivo porta spesso ad una sintassi totalmente
paratattica, in alcuni casi decisamente "alla cinese". Ad esempio, un
semplice periodo ipotetico classico come il celebre
si vis pacem, para bellum
"se vuoi la pace, prepara la guerra"
può (e deve!) essere reso con perifrasi del genere:
te vel pace, para te bello
"vuoi la pace, prepara la guerra"
oppure
dum homo vel pace, debe parare bello
"mentre l'uomo vuole la pace, deve preparare la guerra"
eccetera.
(Qualcuno ha, a mio parere giustamente, paragonato lo sforzo di
elasticità necessario per esprimersi in "Latino Sine Flexione" a quello
richiesto dal "Basic English" di Ogden. Il paragone, specialmente per
quanto riguarda le perifrasi, è veramente calzante).
Per finire, e a mo' di esempio e paragone, diamo il consueto "Padre
Nostro" nella versione classica ed in LSF:
Latino classico:
Pater noster, qui es in cælis,
Sanctificetur nomen tuum,
Adveniat regnum tuum,
Fiat voluntas tua
Sicut in cælo et in terra.
Panem nostrum quotidianum da nobis hodie
Et dimitte nobis debita nostra
Sicut et nos dimittimus debitoribus nostris,
Et ne nos inducat in temptationem,
Sed libera nos a malo. Amen.
Latino sine Flexione:
Patre nostro, qui es in caelos,
Que tuo nomine fi sanctificato.
Que tuo regno adveni;
Que tua voluntate es facta
Sicut in caelo et in terra.
Da hodie ad nos nostro pane quotidiano.
Et remitte ad nos nostros debitos,
Sicut et nos remitte ad nostros debitores.
Et non induce nos in temptatione,
Sed libera nos ab malo. Amen.
[ To es facile, es vero? Qui vel probare respondere ad me in Latino Sine
Flexione dum face usu de normale vocabulario et grammatica de lingua
latina? Admitto que me habe plurienne exercitio in ista lingua
artificiale, sed cogito que illa pote esse optimo medio de
communicatione in isto foro de discussione linguistica! Ehehe! ]
__________________________________________________
Come abbiamo visto nel caso del
Bâlaibalan, le società o le sette
segrete possono avere dei linguaggi iniziatici (anche, se più
spesso, si
tratta di gerghi; dal poco che se ne sa, era ad esempio
questo anche il
caso dei celebri Misteri Eleusini).
Un carattere ancora diverso
hanno invece le verie e proprie
lingue
segrete delle società iniziatiche di popoli primitivi; nella
letteratura
etnologica s'incontrano assai spesso notizie di una "lingua
segreta" che
si insegnerebbe al momento dell'iniziazione; gli antichi
etnologi e gli
esploratori accennano al fatto che tali
lingue segrete
consistono
soprattutto di un vocabolario diverso, ed a tale riguardo è
abbastanza
noto il caso della cosiddetta "Lingua degli Spiriti" degli
sciamani
eschimesi, il cui studio fu intrapreso nel 1919 dall'etnologo
russo
Bogoraz (V.G.Bogoraz: "O tak nazyvaemom jazyke šamanskom u
razlic'nykh
vetvej eskimosskogo plemeni", in "Izvestija Ross. Ak. Nauk",
1919)
riprendendo una precedente opera di A.L.Kroeber pubblicata a
New York
nel 1900 ("The Eskimo of Smith Sound. Appendix: Comparative
Vocabulary
of Angakoq Language") e una delle "smatterings" di Richard
Geoghegan.
I caratteri delle
"
lingue" delle società
segrete africane presentano
caratteristiche ancora diverse; e qui esamineremo una di
quelle meglio
conosciute, il cosiddetto "Sigi" dei Dogon, studiato e
descritto
magistralmente da Michael Leiris dopo una spedizione nel
Sudan allora
francese (M.Leiris: "La langue secrète des Dogons de Sanga
[Soudan
français]", Travaux et mem. de l'Institut d'Ethnologie de
l'Univ. de
Paris, vol.1, 1948).
I Dogon sono una popolazione
(ora quasi totalmente islamizzata) che
abita nel paese montuoso attorno a Bandiagara e Hombori,
circa 120
miglia a sud-ovest di Timbuktu. Possedevano ancora, all'epoca
della
spedizione del Griaule cui prese parte anche Michael Leiris,
una
complessa organizzazione teocratica e gerarchica,
strettamente
condizionata, come dice il Bausani ("Le
lingue
inventate", p. 62)
"da un
complesso altamente integrato di idee cosmogoniche e
filosofiche"
guidato e interpretato da sommi sacerdoti (detti < Hogon
>) le cui vite
erano completamente governate dal rito.
La lingua segreta dei Dogon si
usava specialmente per canti e formule
cerimoniali della grande festa detta < Sigi >, che
avveniva una volta
ogni sessant' anni ( ! ) e durante la quale si compivano le
iniziazioni
più importanti. La lingua segreta veniva usata anche per i
riti
funerari; ma non era un "gergo" o una semplice modificazione
lessicale
sulla base della normale lingua Dogon (lingua appartenente al
gruppo
nigero-senegalese di quelle
lingueafricane, in
realtà diversissime, che
gli studiosi hanno più che altro per comodità raggruppato
sotto il
comune denominatore di
"
linguesudanesi").
Il particolare interesse del
Sigi (o, usando il termine della lingua
segreta stessa, < awa >, un concetto che implica l'
"iniziazione alla
società segreta") sta proprio nel fatto che essa è una vera e
propria
lingua, del tutto diversa dal Dogon normale e con una
morfologia
alquanto differente. Quello che i Dogon stessi pensavano
della loro
lingua segreta, è che si trattasse di un "idioma degli
spiriti" il
quale, al pari di molte istituzioni, era stato dapprima
insegnato solo a
degli uomini minuscoli, detti < Andumbulu >; ma la
lingua degli spiriti,
essendo tale, non poteva essere introdotta tra gli umani
senza che ne
risultasse qualche danno. Così gli Andumbulu, che prima non
morivano
mai, ma si trasformavano in serpenti o in spiriti,
cominciarono a morire
dopo che uno di essi ebbe appreso da uno spirito la lingua
segreta e la
ebbe insegnata ai suoi compagni. Da ciò avrebbe preso origine
la festa
del Sigi, specie di cerimonia espiatoria durante la quale
l'evento
iniziale si trova ritualmente riprodotto proprio
nell'insegnamento della
"lingua segreta" ad un ristretto gruppo di iniziati.
Scrive il Leiris che la lingua
del Sigi, come tutte le cose sacre, è
dotata di un valore ambiguo: malefico in un senso (è connessa
con gli
spiriti, quindi col Regno della Morte), benefico nell'altro
(dato che
appartiene in origine a spiriti sovrumani). In un canto
mitico, che
vedremo meglio in seguito, un capraio mitico, dopo essere
stato iniziato
dal genio della boscaglia alla lingua segreta, parlerà
sputacchiando al
di sopra della sorgente d'acqua del suo villaggio, ed è per
tramite di
quest'acqua, ricettacolo di "parole segrete" che vi sono
state deposte,
che gli uomini del villaggio impareranno la lingua del
Sigi.
Si tratta, come si vede, di
un'antichissima connessione della parola con
le acque, presente già in culture diversissime come quella
Sumera. Il
Leiris racconta ancora che l'interprete indigeno del
villaggio di
Bandiagara, interrogato sulla lingua segreta, non esitò ad
avvicinarla
alla "lingua degli uccelli" e, anzi, disse che non era altro
che la
"lingua della tortora" (la tortora è un uccello sacro e, in
generale, si
pensava che conoscesse per natura la lingua del Sigi).
Ma quali sono i caratteri di
questa "lingua segreta"?
I parlanti delle
linguenigero-senegalesi
hanno raggiunto da secoli
uno stato di civiltà relativamente elevato, ed alcuni (come
i
Mandingo, i Songhai e i Sarakolle) hanno anche un notevole
passato
storico.
Le
lingue hanno avuto,
al nord, contatti con idiomi libico-berberi ed
anche con l'arabo (un tipico esempio è il termine Dogon per
lo
"spirito della boscaglia", < gyinu >, chiaramente
ripreso dall'arabo
< g'inn >). In un ambiente del genere è logico
attendersi che una
"lingua segreta" debba già a priori essere letteralmente
imbevuta di
prestiti esterni: e, infatti, numerosissimi sembrano essere
nel
"Sigi", anche se non assolutamente riconducibili ad un'unica
fonte.
Il lessico del "Sigi" appare
formato in parte di parole arcaiche ed in
parte di parole più o meno riprese da altre
lingue. Va da sé che,
nel
"Sigi", opera a pieno titolo anche la pura e semplice
invenzione
linguistica, con procedimenti meccanici del tutto simili a
quelli che
si hanno nella "creazione" di qualsiasi tipo di lingua, a
partire da
quelle infantili. Ne è un esempio il termine Sigi per
"strada",
< logo >, il quale è chiaramente il "rovesciamento
sillabico del Dogon
< golo > (anche < gule >).
Altri termini sono invece dei
palesi tabù, specie per quanto riguarda
la vita della boscaglia e la caccia. Così, ad esempio, di
fronte al
Dogon < dungu > "elefante", si ha il Sigi < tanga
bige >, lett.
"maschio della boscaglia"; per "pesce", in Dogon < walu
>, abbiamo in
Sigi < wadya sommo > "carne d'acqua", e così via.
Inutile dire che si
tratta di procedimenti comuni a tutte le
lingue "primitive"
(ed anche
non tali; si pensi ai nostri eufemismi!). Da notare che,
però, qui la
metafora è condotta interamente nella "lingua segreta", e
non
sfruttando termini del Dogon normale; il Sigi è, come già
detto, una
vera e propria lingua completa ed indipendente.
Un'analisi delle differenze
morfologiche tra il Dogon "normale" e il
Sigi non è facile, proprio perché il Dogon, come tutte le
altre
lingue
del gruppo nigero-senegalese, ha una morfologia semplicissima,
ridotta
"all'osso" (o "alla cinese", se si preferisce). E' abbastanza
ovvio
che lo "Sprachgeist" degli inventori del Sigi non poteva
creare nuovi
e complessi morfemi ignoti alla lingua "normale", che tali
morfemi non
possiede; anzi, casomai è andato nella direzione opposta,
semplificando ancora di più la già semplice morfologia
Dogon.
Il sistema fonetico del Sigi è
totalmente identico a quello del Dogon
(come detto, rarissime sono le
lingue
inventate, di
qualsiasi origine
e tipologia, che siano giunte a spezzare mediante invenzione
la "base
granitica" dell'espressione linguistica, il sistema
fonetico); il
Leiris, che ascoltò la "lingua segreta", notò però che in
essa v'era
una maggiore tendenza alla nasalizzazione delle vocali
rispetto al
Dogon (cosa forse dovuta alla cantillazione rituale).
Esistono
comunque vocali lunghe e brevi, mentre l'accento (di
natura
percussiva) è in generale sulla seconda sillaba -ma talora
anche sulla
prima.
Quanto alla morfologia, come nel
Dogon "normale" manca ogni flessione
dei sostantivi; il loro ruolo nella frase è indicato solo
dalla
posizione. L'aggettivo segue il sostantivo, ma il rapporto
genitivale
è del tipo B-A (o "adnominale"): < wadya sommo > "carne
d'acqua (=
"pesce")", lett. "acqua-carne", < tanga bige > "maschio
della
boscaglia (= "elefante")", lett. "boscaglia-maschio". Si noti
la
perfetta identità con analoghe espressioni inglesi, che qui
potrebbero
essere "water meat" o "wood male"!
Non esistono distinzioni
morfologiche tra maschile e femminile e
singolare e plurale; qui è necessario dire che, invece, il
Dogon
distingue morfologicamente il singolare dal plurale. Tale
mancanza di
distinzione del numero si ha anche nei pronomi: così <
emme > (simile
al Dogon < eme > "noi") significa sia "io" che "noi", e
< ye > è sia
"tu" che "voi". In questo qualcuno ha voluto vedere anche un
riflesso
ritualistico; in pratica, nel Sigi si parlerebbe solo al
"plurale
majestatis".
Come il sostantivo, anche il
verbo è totalmente invariabile; si forma
però il negativo con un morfema <-ge> aggiunto alla
base verbale
(chiaramente ripreso dall'analogo morfema negativizzante
<-go> del
Dogon "normale"). Una forma verbale, però, può essere negata
anche con
< wara >, lett. "non è".
Una notevole curiosità del Sigi,
che non ha riscontro nel Dogon
"normale", è la cosidetta "punteggiatura parlata"; in
pratica, ogni
periodo è terminato da una particella, < boy >, che
chiude,
definendola, la sua unità significativa. Agli esperti di
cinese chiedo
se anche in tale lingua esista qualcosa del genere; mi sembra
di
ricordare una particella, < le >, il cui uso potrebbe
ricordare quello
del < boy > del Sigi; ma, ovviamente, non ne sono
affatto certo e
"chiedo lumi".
Per concludere, diamo un testo
in Sigi, seguito da una traduzione e da
una spiegazione. L'accento grafico viene usato ogni qual
volta
l'accento tonico cada sulla prima sillaba, e non sulla
seconda; il
circonflesso indica invece una vocale lunga.
Si tratta di un mito cantato (o meglio, "cantillato") durante
il
rituale del "Sigi", e che si riferisce proprio alla
invenzione, o
rivelazione, della "lingua segreta" da parte dello spirito
della
boscaglia al mitico capraio.
< Songo lárani per'e nungon
komdyu boy degu bonugo dyéngunu
boy dyeng per'e dyugu sagyâ boy dyeng kur dyu sagyâ boy kur
pini dyeng
managa boy nungon yara bire boy dyeng d'id'im túnguyo boy
wadya dyeng
d'id'im managa boy dan totom pini managa boy nungon yara bire
balaga
dyéngunu boy bin tî boy pógotoro nungon komdyu boy dan sogho
nungon
komdyu boy logo dyéngunu boy tanga kámenu boy Muno dan bhibha
tem
sopra sagyâ boy Muno non yara bire túnguyo boy songo lárani
g'émbere
sagyâ boy Muno ye yao non yara bire túnguyo boy emme g'émbere
sagyâ
boy emme yere degu wara yonugu boy Kanna yere non bire ye
g'émbere
sagyâ boy logo sirige dyu dûno degu kámenu boy songo lárani
dyu dûno
degu managa boy Munokanna yere songo lárani pore dyéngunu boy
kámedyu
wadya yere g'ina boy non yara bire kámedyu wadya kámenu boy
nungon
lárani songo lárani g'émbere dyu sagyâ boy Kanna yere yara
g'ina Muno
yara túnguyo bou Munokanna yara túnguyo boy Manumeñe yara
túnguyo boy
Sigi g«ina yara túnguyo boy songo lárani tegyu bire legyu
bire degu
wanâ boy Muno non bire emme g'émbere sagyâ boy sommo ya tege
non yara
bire túnguyo boy non yara bire yere wadya pore dyéngunu boy
songo
lárani logo dyéngunu wasya pore dyéngunu boy Sigi yere g«ina
wadya
lárani non dyéngunu boy g'émbere yeni dyu sagyâ boy bígeya
dûno sommo
ya tege boy sommo ya tege boy non non bire túnguyo boy
>
"Un capraio prende una zucca,
entra nel granaio, mette del miglio
nella zucca, mette il miglio su una pietra, macina il miglio
con un
piccolo sasso; le sue braccia lavorano, quello diventa
farina; mette
l'acqua sulla farina, ci mette dei frutti dell'albero amaro;
le sue
braccia lavorano, mangia, la sua pancia è piena. Prende un
bastone
ricurvo, prende un ramo d'albero, si mette in cammino, va
nella
boscaglia; Muno è piazzato su un grosso albero, Muno
pronuncia belle
parole; il capraio le sente: « Muno, buongiorno! Tu parli
bene, fammi
capire le tue parole! ». « Ma io non ho casa, questo non va!
». «
Parla, Kanna! Fagli capire! ». Egli solleva la giarra, se la
mette in
testa, si mette in viaggio, va alla casa delle formiche. Il
capraio
arriva presso la casa delle formiche, Munokanna e il capraio
vanno
alla casa delle formiche. Ecco l'olio di sesamo, egli parla
sull'olio
di sesamo, con la mano ne mette un po' nell'orecchio del
capraio. La
lingua di Kanna è la lingua di Muno, è la lingua di
Munokanna! È la
lingua di Manumeñe, è la lingua di tutto il Sigi! Il capraio,
a passo
a passo, ritorna al villaggio e dice: « Muno ha parlato, io
ho capito!
». « Bene! Ha ben parlato. Le parole valle a mettere
nell'acqua!» . Il
capraio si mette in cammino, va all'acqua. La lingua del
Sigi, quelli
che usarono di quell'acqua la bevvero e la intesero con
buone
orecchie. Il vecchio dice: « Bene! Bene! Queste parole sono
buone
parole."
[Spiegazione: Muno è lo "spirito
della boscaglia" incontrato dal
capraio mentre pascola; il capraio, sperando che Muno gli
insegnerà la
sua bella lingua, gli costruisce una casa. Ma lo spirito,
sempre
insoddisfatto, accampa sempre altri pretesti; ora non ha la
stuoia,
ora non ha una moglie ecc. Tutte queste cose sono fornite dal
capraio,
inclusa la moglie, che gli partorisce un figlio chiamato
Kanna, al
quale finalmente il padre ordina di insegnare la lingua al
capraio].
Il "Kelartico", una lingua
infantile e la sua evoluzione
1a parte
_________________________________________________
Con questa esposizione termina
questa specie di "viaggio" attraverso le
lingue
inventate. Come
promesso, e specificando ancora una volta che mi
occupo qui (e per la prima volta in pubblico) della mia
"lingua
personale" solo a fini esemplificativi di una data categoria
del
verbigerare non naturale, presento a questo NG il
"Kelartico", lingua
originariamente infantile concepita e codificata a partire
dal 1974 da
un dodicenne elbano a nome Riccardo
Venturi. L'unica
speranza, neppur
tanto segreta, è riuscire a sapere se anche qualche
frequentatore di
questo NG abbia mai concepito, nei suoi verdissimi anni o più
tardi, una
cosa del genere.
___________________________________________________
La mia esposizione dovrebbe
andare, per forza di cose, di pari passo con
quella del celebre "Markuska" di Alessandro Bausani (in
"Le
lingue
inventate", Ubaldini
Editore, Roma 1974, pp. 25-33). Alla lettura
completa di queste pagine rimando per un'analisi più
approfondita. Solo
a mo' di ricordo personale posso dire che quando, nel 1979,
acquistai
quel libro -che rappresenta senz'altro uno dei miei
"Bildungsbücher"- il
"Kelartico" esisteva già da cinque anni, si era già in parte
"evoluto"
e, quindi, la quasi perfetta identità del mio "caso" con
quello del
grande orientalista romano, oltre -com'è facilmente
immaginabile- a
colpirmi particolarmente (ancora oggi potrei recitare
totalmente a
memoria quelle pagine), mi stimolò veramente a continuare ed
a
perfezionare la mia lingua, della quale tuttora mi servo
spesso (per
appunti privati, minute di articoli -in essa, ad esempio, fu
scritto
l'originale di "Una tragedia linguistica", la storia
dell'etruscologo
dilettante napoletano di cui forse qualcuno di voi si
ricorderà- ecc.;
da notare però che non l'ho mai utilizzata per scrivere
poesie e questo
rappresenta un rifiuto programmatico).
I linguaggi infantili, come
scrive il Piaget (in "Le langage et la
pensée chez l'enfant", Neuchâtel-Paris 1924; un libro
meraviglioso, mi
sia permesso di dire), sembrano essere delle permanenze
residue,
perfezionate anziché abbandonate come invece avviene nella
maggior parte
dei casi con l'apprendimento completo della lingua materna,
delle
tendenze alla verbigerazione inventiva che è discretamente
facile
notare, se ci si fa attenzione, in ogni bambino. Nel
linguaggio
infantile il Piaget distingue due funzioni di base: quella
"sociale" e
quella "egocentrica"; quest'ultima è quella che si sviluppa
in modi
particolari nei ragazzi inventori di
lingue ed è
generalmente associata
con l'ecolalia e coi monologhi interiori. Facendo di me
stesso, in
questo momento, l'oggetto di un'analisi linguistica, non
posso che
confermare il valore pressoché assoluto di questa teoria,
anche se, per
un periodo, il "Kelartico" ha avuto in parte anche una
funzione
comunicativa.
Le origini profonde del
"Kelartico" si perdono, credo, nella mia prima
infanzia. A questo punto è necessario specificare che ho
avuto
un'infanzia di campagna; di campagna e su un'isola. Sono
stato un
autentico ragazzino a giro per le vigne e per i campi, di
quelli poi
ficcati in vasca da bagno o in una tinozza dalla mamma con le
buone o
con le cattive. Facevo parte di una bandaccia di bimbetti e
bimbette
capitanata giustappunto da una terrificante ragazzina della
quale ero,
con mio sommo onore, una sorta di "guardia del corpo" (date
le mie
dimensioni fisiche, che son sempre state ragguardevoli).
Nella banda
avevo un'altra funzione: quella di inventare giochi con
niente (perché
niente c'era e con quello ci dovevamo arrangiare). Tutto
sommato, credo
che i prodromi del "Kelartico" vadano ricercati proprio in
questo, dato
che ad ogni gioco inventato, quando mi veniva chiesto come si
chiamava,
usavo associare un nome di fantasia. Ad esempio, avevo
escogitato una
specie di "minigolf" coi piedi e dei sassi, con delle
regole
complicatissime, cui avevo dato il nome di "okabùla" (doveva
significare
qualcosa come "calcio al sasso" - e tuttora, in Kelartico,
< oka >
significa "calcio" e < bula > "pietra, sasso"). Da
notare che l'idea
m'era venuta leggendo un racconto di Paperino (ho imparato a
leggere e
scrivere a tre anni e mezzo), ed è quindi probabile che <
oka > debba
essere associato proprio con "oca", "papero"!
L'invenzione linguistica è
andata avanti per degli anni, e credo che la
prima idea di "codificare" tutto quel che mi si andava
formando in testa
sia avvenuta verso i dieci anni (cioè ad un'età in cui ero
già da tempo
entrato in contatto con la "grammatica"; non solo quella
dell'italiano,
ma anche del francese -a sei anni- e dell'inglese -a otto
anni-).
Esisteva già una base lessicale relativamente ampia, che
rappresenta
quindi il "fondo antico" della lingua ( l' "Erbgut", come
direbbero i
tedeschi) e che, nel corso degli anni, si è andata
modificando
pochissimo. Quanto all'origine di queste parole, è quella
consueta di
Tutti i diritti riservati. linguaggi infantili: modificazioni arbitrarie di
parole italiane
(poi anche inglesi e francesi), associazioni di idee (spesso
ludiche) e
un certo numero di termini totalmente inventati (quando mi
"venivano",
usavo per un po' "scriverli nell'aria" con un dito; abitudine
che mi è
rimasta. Non è raro, tuttora, a volte vedermi tracciare
strani segni
nell'aria).
Tanto per fare alcuni esempi di questo "fondo antico":
< galkos >
"gallo"
[modificazione per aggiunta di una parola italiana]
< oshep >
"mano"
[rovesciamento di "Pescio", che era il soprannome di un
ragazzino che
aveva delle mani enormi]
< oka >
"calcio"
[si veda sopra]
< mosat >
"dovere"
[ dall'inglese < must >; si può immaginare quando R.V.
apprese, molti
anni dopo, che la lingua polacca ha ripreso il verbo più
comune per
"dovere", < musiec' >, dall'imparentato verbo tedesco
< müssen > !]
eccetera.
L'impulso decisivo alla codificazione della mia lingua personale (che
allora non aveva ancora un nome preciso) è, come detto, avvenuto fra i
dodici e i tredici anni; ovvero quando ero in seconda media. Allora
l'apprendimento della lingua materna -ed anche della sua grammatica e,
in parte, delle sue strutture sintattiche- era già completato, e si era
per di più già manifestata pienamente la mia abnorme tendenza
all'apprendimento delle lingue straniere. Tralascio qui ogni
considerazione sul mio quadro psicologico -che pure avrebbe, ovviamente,
la sua grande importanza-, limitandomi a dire che ho sofferto per molti
anni di una forma di moltiplicazione delle personalità che ha avuto
conseguenze molto dolorose (e non è un caso che stia scrivendo questa
cosa proprio il 25 giugno; oggi è per me un tremendo "anniversario").
Fortunatamente posso oggi scrivere queste cose con la tranquillità e
l'esattezza di un osservatore esterno; questo, un po', per prevenire
eventuali osservazioni del tipo "Venturi, hai dei problemi". Sì, grazie,
lo so. Ne ho avuti, e di non indifferenti. Fine dell'inciso :-)
Il "la" alla codificazione del "Kelartico" è dovuto principalmente al
latino.
Fino ad allora c'era stata una sorta di "protokelartico" in cui si
andavano sì precisando alcune forme (come l'infinito verbale in <-at>,
che malgrado l'apparenza "pseudoslava" deriva dai participi passati
italiani in <-ato>; un procedimento identico a quello del basco rispetto
ai participi perfetti latini. Non sarà questa l'ultima "scoperta" che ho
fatto nel corso degli anni), ma che non aveva ancora raggiunto una sua
"base"; fra l'altro, il "kelartico" fino ad allora non era mai stato
scritto (se non nell'aria con le dita).
In quegli anni (siamo, ripeto, attorno al 1974) il latino era ancora
obbligatorio in seconda media (in terza diventava poi facoltativo); ed
il primo contatto con la sua ricchezza formale (declinazioni,
coniugazioni ecc.) fu per me una sorta di "scossa". Non pensavo,
malgrado avessi già intrapreso per mio conto lo studio del tedesco, che
una lingua potesse assumere tante e tali forme diverse. L'inizio
"ufficiale" del Kelartico (vedremo in seguito l'origine di tale
denominazione, che in lingua originale è < kallarag >) ha anche una data
precisa, dovuta alla mia abitudine di "datare" ogni cosa per iscritto:
il 12 novembre 1974. Il 12 novembre è stato quindi per anni una specie
di "festa nazionale" della FBCR; ma che cosa fosse la FBCR lo vedremo
più in là.
In quel giorno, insomma, mi misi alla macchina per scrivere (l'Olivetti
Lettera 32 d'ordinanza...) e buttai giù in mezza giornata quello che,
parafrasando l'opera di Zamenhof, potremmo chiamare il "Fundamento de
Kelartico". Un "fundamento", però, a differenza di quello zamenhofiano,
tutt'altro che intangibile. Anzi. Della struttura del "Kelartico
antico", nel corso degli anni è rimasto ben poco. Redatto sotto
l'influenza di una lingua fortemente sintetica come il latino, il
Kelartico antico aveva un'impressionante massa di declinazioni (qui
intervenne anche il tedesco: l'aggettivo attributivo aveva infatti una
declinazione distinta da quella dei sostantivi) e la coniugazione
verbale era interamente priva di forme composte (analitiche).
Ovviamente, secondo il modello latino, anche la coniugazione passiva era
totalmente analitica e non esistevano verbi ausiliari.
Per quanto riguarda la componente fonetica della lingua, c'è da dire
che, fin dai suoi prodromi, avevo sempre avuto la tendenza a "storpiare"
i suoni della lingua italiana. I riflessi di questa situazione si sono
via via attenuati, soprattutto in considerazione del fatto che io mi
sono servito *effettivamente* della mia lingua e che, quindi, c'è sempre
stato un deciso orientamento verso la semplificazione); ma ne sono
restati tre:
1) < ë >, la vocale indistinta rappresentata con il medesimo grafema
della lingua albanese a partire dal 1985 (prima non aveva nessuno
speciale grafema). In kelartico si chiama < e shon a punktieten > "e coi
due puntini":
< dañët > "fegato" / 'dang9t /
< yatirëd > "tenda" /ja'ti:r9d /
< avlakë > "mele" /a'vla:k9 /
2) < g'>. Rappresento con il classico apostrofo (o apice) il grafema "g
semilunato" tipico del turco, dal quale e' stato ovviamente ripreso (in
kelartico si chiama < gë shon ag' embelosnë > "g con la mezzaluna"). In
posizione iniziale e mediana è una fricativa sonora simile a quella del
greco moderno; in posizione finale, però, si desonorizza (assumendo
quindi un suono paragonabile alla < ch > tedesca in < doch >):
< g'ebler > "gabbia" / 'Yebler /
< bag'ort > "giardin" / 'baYort /
< Yesug' > "Gesù" / 'jesux /
3) < ñ >. E' il fonema nasale dell'inglese < king > (lo rappresento qui
con / H / in mancanza di meglio):
< peñvod > "città" /' peHvod /
< leñke > "sinistro" /' leHke /
< vëdañ > "meglio" /' vedaH /
Per il resto, la grafia si è andata normalizzando. Uso qui, per motivi
"tipografici", in alcuni casi la "grafica antica"; ad esempio, < sh > al
posto di < s'>, la "s cedigliata" ripresa dal rumeno e dal turco.
Comunque:
- < c > indica la "z sorda" italiana in "zappa", "tazza" (influenza
slavo-ungherese; anticamente si scriveva < ts >;
- < ç > indica la "c" italiana palatale in "cielo", "gancio";
- < e > ha sempre pronuncia aperta, come nell'it. "leva";
- < g > è sempre gutturale;
- < h > è una lieve aspirazione, anche in posizione finale;
- <s' > (antico: <sh>) si pronuncia come in "scemo", "liscio";
- < y > è la semivocale italiana in "guaio", "noia";
- < z > è la "s dolce" italiana intervocalica in "rosa", "Lisa".
L'accento rappresenta una componente arcaica della lingua: è sempre
infatti stato di natura fortemente percussiva e in posizione invariabile
(la penultima sillaba). Nelle sue varie forme, quindi, una stessa parola
sperimenta spesso uno spostamento dell'accento:
< avlak > "mela" /'avlak/
< avlakë > "mele" /a'vlak9/
< profesor > "professore" /pro'fesor /
< profesoren > "due professori"/profe'soren /
L'aspetto fonologico della lingua non è quindi granché "originale",
sebbene in alcuni punti si discosti (e si sia sempre discostato) da
quello italiano. Sono d'altronde rarissimi i casi in cui una lingua non
naturale (ed in particolare una lingua infantile, come la mia) si è
allontanata decisamente dalla struttura fonologica dell'idioma materno
e/o di altre lingue naturali apprese nel tempo. Non mi sarebbe
ovviamente mai venuto, per fare un esempio a caso, di infilarci un
"click" dello xhosa... :-)
I pochissimi che mi hanno sentito pronunciare la mia lingua (in pratica
si riducono a tre persone) hanno, nelle sue varie "fasi" sempre
rimarcato il suo andamento vagamente "est-europeo" o "balcanico". Altre
osservazioni si sono avute attorno alla sua pronuncia decisamente
"tesa", rapidissima e, in alcuni casi (a causa della presenza massiccia
della vocale indistinta), "zoppicante". In generale il "kelartico" non
produce un'impressione uditiva particolarmente "dolce"
Come detto, il primo kelartico
"storico" (cioè codificato per iscritto)
aveva una struttura sintetica molto complessa, o "latina". Il
sostantivo
si declinava con sette casi (ai sei latini si aggiungeva
lo
strumentale); vi erano tre generi e due numeri, ai quali, al
momento
dell'entrata al ginnasio e, quindi, ai primi rudimenti di
greco, si
aggiunse il duale (che è stato poi mantenuto). Via via si
andavano
precisando i meccanismi della derivazione nominale e verbale
e le
strutture sintattiche.
Ecco un breve testo nell'ultima
fase den "kelartico antico" (databile
quindi attorno al 1977) quale si era andata formando nel
tempo, così per
darne almeno un'idea superficiale. Si tratta del "Padre
Nostro":
O Pungonsie kis hose
n'eygemeter
Eniekes heve santempag
Gadfet tsurulugeniekes
Kirfet disherkeniekes
N'eygemder ita ne fondder.
Divane nitub toyedenem kobonsem vesedenalem
Ita chubhare nitub abdeptonsis
Tocholom ni chubharordens has abdeptenaronsub
Ita peg nebarte nins la prochebkenem
Ade ovede nins koguteved
Ita kolom hefe. Amen.
A mo' di paragone, ecco il
"Padre Nostro" nell'aspetto che ha
attualmente, ovvero in "kelartico contemporaneo":
O Pungoñs ki hos n’ag' eymë
Ag' eniek hevë santëmpa
Gadvë a curulkeniek
Kirvë a disherkeniek
N’ag' eym ta n’a fond.
Divanë devoñs todin a koboñs vesdinal
Ta çubharë devoñs ag' avdeyonsë
Toçolo ni çubharordë hash ag' avdeynaroñsë g'o
Ta pë nëbartë’ns la proçëbken
Ad oveg'ë’ns s’a koutën
Ta kolo hevë. Amen.
Come è possibile osservare anche
ad una prima occhiata, l'evoluzione del
"kelartico", sebbene avvenuta a volte "per decreto" (come nel
caso
dell'articolo determinato / a / - / ag' /, palesemente
"ungherese")
ricalca pienamente quella di una qualsiasi lingua naturale
moderna
rispetto alle sue fasi più antiche; particolarmente da notare
è la
semplificazione della stessa struttura sillabica
(eliminazione di fonemi
ecc.).
Scendendo più nei dettagli, si
può dire che le seguenti caratteristiche
morfosintattiche del "kelartico antico" sono sopravvissute in
quello
moderno (la cui prima fase può essere datata attorno al
1978-79, in
coincidenza con il suo primo ed unico "uso esterno", come
vedremo meglio
in seguito):
1. Il mantenimento integrale del
fondo lessicale antico della lingua;
2. La posizione dell'aggettivo attributivo, che segue
obbligatoriamente
il sostantivo (cosa originariamente concepita come
"rovesciamento" della
situazione che si ha in inglese);
3. L'esistenza dei suffissi possessivi: < avlak >
"mela", < avlaktem >
"mia mela". Questa caratteristica è originale e non ripresa
da altre
lingue naturali
(ungherese, finlandese ecc.) in cui essa esiste
veramente.
4. I tre numeri: singolare, duale e plurale.
5. La concordanza dell'aggettivo predicativo e attributivo
con il
sostantivo (adesso solo nel numero; originariamente anche nel
genere e
nel caso).
6. La formazione sintetica (cioè per mezzo di speciali
morfemi) dei vari
gradi dell'aggettivo.
7. Il mantenimento di una forma oggettiva (accusativo) di
alcuni pronomi
(ad es. < pi > "chi?", acc. < po >, ingl.
"whom").
8. Il sistema dei numerali su base decimale.
9. La coniugazione attiva totalmente sintetica (cioè priva di
forme
composte). Sono state mantenute pressoché invariate anche le
ricche
forme participiali.
10. La maggior parte dei morfemi di derivazione nominale e
verbale (con
l'ovvia "evoluzione storica").
Le principali innovazioni del Kelartico moderno sono invece le seguenti.
a. Progressiva semplificazione
della struttura morfologica, fino alla
trasformazione della struttura da sintetica ad analitica
(riduzione e
poi eliminazione della declinazione del sostantivo,
dell'aggettivo e del
pronome e sua sostituzione con nessi preposizionali;
eliminazione del
passivo sintetico, sostituito normalmente da forme composte
con
l'ausiliare < hinat > "essere".
b. Abolizione "per decreto" del genere grammaticale (databile
attorno al
1980 ed avvenuta "ex abrupto" nel modo che vedremo).
c. Istituzione di un articolo determinato (databile anch'essa
attorno al
1980).
d. Progressivo affermarsi delle cosiddette "preposizioni
personali", che
sostituiscono in tutto e per tutto la declinazione dei
pronomi. Tale
procedimento è ripreso decisamente anch'esso dalla lingua
ungherese:
< nëter > "dentro" : < nëtertem > "dentro di me",
< nëteriek > "dentro
di te", < nëteros > "dentro di lui/lei" ecc.
Tale procedimento era già facoltativo nell'ultima fase del
"kelartico
antico".
e. Sviluppo di nuovi tempi verbali (in particolare un
presente
progressivo distinto morfologicamente da quello abituale, ed
il
condizionale -considerato però un tempo dell'indicativo e non
un modo).
f. Arricchimento continuo del lessico sia su base "autoctona"
(per
derivazione, nuova invenzione ecc.) che esterna
(prestiti,
internazionalismi ecc.).
Il "Kelartico moderno", così
come si è andato configurando anche negli
ultimissimi anni, ha assunto una forma che ritengo
moderatamente e
piacevolmente "naturale" (in fondo, questa è, per così dire,
la
"libidine" di ogni inventore di
lingue...). Eccone un
breve esempio
coniato "ad hoc":
Grupe y'a shontudken
it.cultura.linguistica
ho a grupe n'a hierarkie
talyan it.* ki ovetlabo shon çenidken t'analize ya kazanë ta
pitevkenë
tudnurë ya g'enim pitkasniç. Piniç yusaig'o ishkirat n'a
grupe,
relativañ oruk n'etigvë sarnës ta lug'ap a poçakosë
g'o.
"Il newsgroup
it.cultura.linguistica
è il gruppo della gerarchia
italiana it.* che si occupa della discussione e dell'analisi
di problemi
e questioni linguistiche di qualsiasi natura. Chiunque può
scrivere nel
gruppo, relativamente certo di ottenere attenzione e una
risposta alle
proprie domande."
Esposta in modo necessariamente
schematico la struttura fonologica e
morfologica del "kelartico", resta solo da vedere come esso
si è evoluto
nella sua fase "moderna".
A tale riguardo, negli ultimi
mesi del 1978 avviene un episodio
decisivo: ignoro quale ne sia la definizione scientifica, ma
comunemente
esso va sotto il nome di "primo amore". Un primo amore
durato
decisamente tanto e: quattordici anni e mezzo. Mi occuperò,
qui,
naturalmente di un suo aspetto che ha avuto un preciso
riflesso sul
"kelartico", sulla sua storia e sul suo uso.
Trasferitormi in città con la
mia famiglia, si presentò per me il
problema di uno "spazio"; la casa era piccola, i miei libri
cominciavano
ad aumentare vorticosamente di numero e, per di più, il mio
"ingombro"
fisico si stava assestando sulle dimensioni attuali. La cosa
fu risolta
in maniera un po' insolita: con l'adattamento a stanza (ma
non a camera)
di una piccola cantina condominiale. Presto essa venne
stipata di tutte
le mie cose, e ci stipai in definitiva tutta la mia vita e i
miei
pensieri, neri o luminosi che fossero. Ben presto elessi
quello
sgabuzzino a "stato indipendente"; e il "kelartico" ebbe
finalmente il
suo "territorio", assumendo lo status di "lingua ufficiale".
Da qui
deriva anche il suo nome: < kallarag >, da < kallarë
> "cantina"
(ovviamente è il tedesco < Keller >). L'italiano
"Kelartico" non è
invece di mia invenzione: fu coniato da un mio amico che
possedeva un
capanno di lamiera tutto suo, anch'esso uno "stato
indipendente" con il
quale, ça va sans dire, esisteva un' "alleanza" di ferro. Il
mio "stato"
si chiamava ufficialmente < Republikë ya Kallarë y'a
Çig'in Ayrnur >
(RKÇA), ma, per lo più, esso era "noto" con la sua
denominazione
inglese, che ne è l'esatta traduzione: "Free Bird's Cellar
Republic", o
FBCR. Mi sia qui permesso un granellino d'emozione nel parlar
di queste
cose per la prima volta pubblicamente; ma oggi è una giornata
un po'
particolare. D'altronde, la voglia di essere un "free bird"
(o <çig'in
ayrnur>) non mi ha mai abbandonato e credo che, a quasi
quarant'anni,
ragionevolmente non mi abbandonerà mai...
In Kelartico (che si andava
gradualmente evolvendo) vennero redatti la
"Costituzione" dello "Stato", che consisteva in soli due
articoli, il
"passaporto" (che concedevo come attestato di imperitura
amicizia) e,
ovviamente, anche l' "inno nazionale", che poi è stato
l'unico "testo
poetico" (si fa per dire) mai scritto nella mia lingua. Si
chiama, per
la cronaca, < Ayrken Hondarrnur >, ovvero "Libertà
Sotterranea". Ne
esisteva anche una versione inglese, "Underground
Freedom".
Dicevo del primo amore e dei
suoi riflessi sulla storia e
sull'evoluzione del Kelartico. Circa due anni dopo il primo
incontro (ad
un'assemblea scolastica...), sempre più incuriosita da certe
mie
esclamazioni improvvise in una lingua sconosciuta e dal
reperimento di
alcuni testi in essa scritti, la fanciulla (ricordiamo che a
questo
punto io ho diciotto anni e lei sedici e mezzo) comincia a
chiedermi
sempre più spesso in che razza di "ostrogoto" io parli a
volte.
Ovviamente sa della mia passione smodata per le
lingue e la
linguistica,
e crede che si tratti della mia ennesima "lingua strana";
ovviamente
"ella" è l'ospite più assidua della FBCR. Fino ad allora
avevo avuto una
sorta di pudore a parlarle di quella certa cosa; ma alla fine
cedo e le
racconto tutto quanto. Certo di esser preso per un pazzo
furioso, e
perdipiù con la piena coscienza dei grovigli inestricabili
che ho
dentro, mi stupii non poco della sua reazione. Uno stupore
che
rappresenta tuttora uno dei miei ricordi più belli. Per farla
breve, la
fanciulla volle che le insegnassi il kelartico, che divenne
la "nostra"
lingua e forse il massimo segno della nostra "complicità"
(termine
originario). Eravamo una di quelle coppie di adolescenti che
si
considerano "contra mundum, contra omnes"; ed avevamo
addirittura una
lingua privata in cui comunicare senza esser capiti da
nessuno. E qui
mi fermo (anche perché non credo che queste cose
v'interessino
eccessivamente).
Dal punto di vista strettamente
linguistico, la fanciulla cominciò ad
avere un ruolo decisamente attivo; il Kelartico, seppur da
due sole
persone, cominciava ad essere una vera e propria lingua
parlata, ed il
bisogno di semplificarla si faceva sempre più pressante. Il
principale
"intervento esterno" sul kelartico fu l'abolizione del
genere
grammaticale, richiesto dalla ragazza anche come "pegno"
di
ugualitarismo (una motivazione ideologica) ed immediatamente
sanzionato
con il pensionamento del maschile, del femminile e del
neutro. Nel
contempo, la fanciulla (anch'essa dotata di una grande
inventività
linguistica) coniava molti termini, perlopiù attinenti alla
sfera
affettiva; in un caso si ebbe la sostituzione dell'antico
termine per
"amore" (kel. antico < vul >, rovesciamento di < luv
>, ovvero l'inglese
< love >; il verbo derivato era < vulat >), che
divenne < lag' > (con il
verbo < lag'at > "amare"; < lag'or ët > "ti amo")
per ricordare, ebbene
sì, la nostra "first time" -avvenuta vicino a un laghetto-.
Alla
fanciulla si deve anche il termine per "gatto", < cip >
(dedicato alla
sua gattina, che si chiamava "Zipù"). Un episodio esilarante
avvenne su
un pullman di linea a Lipari (1985) quando, impegnati in un
misto di
conversazione in kelartico e pomiciamento andante, ci
divertimmo come
pazzi ad ascoltare i commenti dei passeggeri locali che
inveivano contro
gli "stranieri" ed i loro facili costumi... :-)
Abbiamo mantenuto l'uso del
kelartico per tutto il tempo della nostra
storia, terminata nel 1993. Da allora, per così dire, la mia
lingua si è
come fissata definitivamente e solo molto di recente ho
ricominciato a
fare di nuovo qualche piccolo "aggiustamento". Le uniche
altre due
persone che fino ad oggi ne sono state a conoscenza sono il
mio amico ed
"alleato" della capanna in lamiera (che non l'ha mai
imparata; diceva
che era troppo difficile) e mia moglie, la quale, però, ne
conosce solo
poche parole (che peraltro usa spesso; difficile, ad esempio,
che non mi
senta quasi ogni giorno apostrofare con il "classico" <
Riccardo, loutë
a telnë! > "Riccardo, lava i piatti!" (solo raramente
c'infila un < la
yarnur > "per favore").
Esiste una grammatica del
Kelartico da me redatta in forma descrittiva
(ebbene sì...): è il file "kel.rtf", ovvero: "Breve
introduzione alla
lingua kelartica - Grammatica descrittiva / Lahayg'en kiñ l'a
toud
Kallarag - Lievër yag' obishkirken y'a gramadag ". Un
dizionario degno
di questo nome non è invece mai stato compilato. Esiste un
piccolo
lessico di cui mi servo quando non mi ricordo qualche parola,
ma sarebbe
inutilizzabile a chiunque altro.
Così termina questa storia, ed
anche la mia piccola ed un po'
squinternata "cavalcata" attraverso le
lingue
inventate. Spero che
vi
abbia potuto interessare un po', e se così non fosse stato,
vi prego di
credere manzonianamente che non s'è fatto apposta. Considero
comunque
tutti gli "inventori di
lingue" un po' come
dei miei "fratelli", e torno
a ripetere che mi piacerebbe autenticamente venire a sapere
(anche
privatamente, ci mancherebbe) se, per così dire, sono stato o
sono in
"compagnia" di qualcuno in questa cosa strana che poi tanto
strana non
è, a pensarci ben bene. In definitiva, sono convinto che i
meccanismi
dell'invenzione linguistica siano comuni a tutti gli uomini,
e che
parlarne (od anche semplicemente accennarvi) siano un buon
modo per
migliorare la comprensione degli altri e di noi
stessi.
Giuristi per Naso. Tutti i diritti riservati. diritti riservati (a Riccardo Venturi).