Le Mammine Mannare
(di Principe Myskin)
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Nicholas Sacripante, l'ardimentoso free lance ben noto agli amici dei Giuristi per Naso, ci ha fatto pervenire un reportage scioccante, praticamente un esperimento di hard boiled di denuncia sociale, una strampalata via di mezzo tra Hammett e Ceronetti. Paracadutato dietro le linee nemiche, ci ha inviato una testimonianza dal Quartiere di Genova Castelletto. Separato da invisibili cavalli di frisia di censo, eleganza e presumìn dal resto del mondo, questo quartiere è probabilmente unico al mondo.
Foto: Massimo Borsini |
Non è per nulla facile infiltrarsi nel quartiere genovese di Castelletto.
I controlli, all'ascensore del Portello, al capolinea segreto della Funicolare della Zecca o a quello dell'autobus 33, sono severissimi e non basta certo il contrassegno della stampa internazionale per ammorbidire gli occhiuti vigilantes.
Dopo diversi tentativi a vuoto, decido di farmi aiutare da uno spallone locale, Giovanni Battista R**. Con allegria, mi spiega che il nerofumo, la calzamaglia e i tappi di bottiglia affumicati qui non servono a nulla. Mi convince a desistere dal tentare un atterraggio in Spianata con un pallone aerostatico: le feroci ottuagenarie impegnate a mangiare il gelato di Guarino e Don Paolo mi avvisterebbero subito: per i loro nipotini sarebbe uno scherzo abbattermi con una cerbottana e, magari, finirmi a colpi di Ipod. La vita vale così poco a Castelletto, e i monelli lo imparano presto, qui. Mi fa vedere l'ossario improvvisato sul tetto degli uffici comunali e capisco che era decisamente una idea del cavolo, la mia.
Dietro il pagamento di una robusta stecca, mi procura il necessario: una valigetta di cuoio con le iniziali vergate in oro, un paio di jeans di tela rossa lisa, una giacca scamosciata, scarpe Hogan da pugile in libera uscita, occhiali da vista con montatura trendy e un portachiavi Mercedes. Camuffato da libero professionista, mi presento al check point dell'ascensore di Portello.
Mastico una gomma per cercare di mascherare la tensione mentre mi avvicino. E se il vigilante mi fa qualche domanda di controllo ? Maledizione, io non so nulla di pianificazione fiscale internazionale, non ho mai estratto un premolare e una comparsa di risposta per me potrebbe benissimo essere un teatrante con una parte secondaria...
E, Goddam !, non conosco a memoria trutti i gusti dei confetti e degli sciroppi di Romanengo: la mia copertura è veramente debole. Ma per 100 dollari al giorno, più le spese, nelle mie condizioni, non posso lamentarmi.
Per fortuna al check point ci sta una biondina. Soda, ma annoiata. Sciorino il mio repertorio cordiale di pettorali e il mio robusto sorriso e la pratica è archiviata facile.
Il ronzio dell'ascensore mi massaggia le tempie mentre salgo, dal Portello, su nelle viscere di Castelletto, fino al cuore dei Territori Occupati.
Quando le porte di acciaio si spalancano, l'effetto è un pugno nello stomaco. Una zaffata di profumo di rosa mi prende alle narici fino a farmi quasi svenire e vengo sommerso da una colata di luce impossibile.
A un primo sguardo circolare la Spianata sembra un posto - meraviglioso - come altri che ho già visto nella mia vita di reporter. Eppure respiro una minaccia latente, una simmetria innaturale: un cielo in cui improvvisamente gravitassero due soli, come se ti stessero guardando in cerchio decine di persone con gli occhiali a specchio.
Ci metto un po' a capire.
Diavolo, sembra una versione aggiornata di Seven Chances, il geniale lungometraggio di Buster Keaton, quello dove il timido protagonista è inseguito da una legione di donne vestite in abito da sposa, che mi era piaciuto tanto al corso di cinematografia, mi sembra secoli fa.
Qui però non ci sono vestiti da sposa, ma mamme. L'effetto è lo stesso. Scarpe basse Ferragamo, maglioncino cachemire blu (o giallino crema) con collo a v, filo e/o orecchini di perle. Tutte uguali, il capello che non è mai fresco di parrucchiere e non è mai fuori posto. Un sudore freddo che si riassume in due parole, dal suono insieme vuoto e convenzionale:"in ordine".
Sulle panchine dal lato opposto al capolinea dell'ascensore c'è, me lo ha segnalato il mio contatto G.B. prima di dileguarsi augurandomi Buena suerte!, il Giardino delle Primipare. Per darmi un tono, passeggio di fianco a loro fingendo di trafficare con il cellulare: riesco a intercettare qualche brano di discorso. Sono conversazioni in codice: la figura più frequentemente evocata quella del Pediatra (o qualcosa di simile, la mia scarsa confidenza con la lingua mi rende insicuro). Deve essere il Capo, il Referente o il Santone della Organizzazione. A lui si rimanda lo scioglimento dei nodi più intricati, la responsabilità di inafferrabili decisioni strategiche (...Luca potrà già mangiare l'uovo ? .... Federico vuole mangiare un'ora prima dell'ora stabilita, posso toglierli la museruola ? .... E' più indicato l'aikido, il judo o la Robotica Antropomorfa, tenuto conto del fatto che Giulio è mancino e vomita spesso quando lo metto nel ciclosincrotrone ?)
Alle loro spalle, svolazzano, operose, le più disinvolte mamme in carriera, ansiose di propalare il loro perniciosissimo cattivo esempio. Al posto del collant velatissimo bianco delle prime (una di loro mi colpisce in particolare, con degli occhiali da Catwoman - probabile regalo di una suocera birichina - e i suoi pantaloni di fustagno morbido, rigorosamente tono su tono: riconosco nella voce chioccia la versione, irrimediabilmente glassata di una caligine funerea, della gatta morta per cui spasimava il mio compagno di banco in terza liceo) si azzarda qualche mossa avventata. Un accenno di pitonatura, un tacco assassino sono il punto di appoggio - malfermo, ci mancherebbe - di uno sguardo ugualmente e disperatamente vacuo.
Sono passati pochi minuti ma già sono stato individuato. I primi a muoversi, come sempre, sono i bambini. Il mio solito vizio di giochicchiare e non stare fermo: per terra c'è una nespola quasi matura e, sovrappensiero, ho cominciato a spappolarla. Si è avvicinato un primo innocente che mi chiede: cosa è ? Gli rispondo che è una nespola, che è succosa e che, quando è arancione, è molto buona. Ne accorre un secondo che, prima, mi chiede se può aiutarmi e, poi, mentre pesta gioiosamente sulla polpa, mi chiede cosa succede se si sbucciano i noccioli. Una terza bambina, almeno 7 chili sopra il suo limite, che sarebbe a occhio non più di 25, mi chiede se mettere i piedi nell'erba è pericoloso. La rassicuro sorridendo che è pericoloso solo in caso di maremoto. Sembra sollevata: oggi non c'è maremoto, vero ?
Maledizione, la Psicopolizia è in agguato, una mammina e una vedova ancora in gamba, inesorabili come un pattuglione della morte, ci piombano addosso: una grida "attento che ti sporchi". L'altra è disperata: "Sono velenose !" Ostento disinvoltura (in realtà sto sudando) e obietto di stare attenti al pitosforo, piuttosto, che è moderatamente tossico e nessuno lo sa (ce ne è giusto una siepe lì da presso e un frugoletto ne sta rosicchiando bacche e foglie dal passeggino). Le due si guardano intorno, con l'aria risentita di dire: "e che, ti credi che non lo sappiamo ? E' tutto sotto controllo, microbo" ma girano lo sguardo sempre più inquiete alla ricerca della parte da cui viene il pericolo, incerte se il pitovoro (sic !) sia un volatile, un ungulato o, orrore, un pedofilo in libertà vigilata.
Il diversivo ha comunque funzionato e riesco ad allontanarmi, giusto in tempo perché un assembramento attiri di nuovo la mia attenzione. Dai cancelli sotterranei di un edificio giallo e alto, in cui l'occhio del cronista riconosce senza esitazione un luogo istituzionale (si direbbe la sede del Partito) sciamano a frotte bambini, in gruppi omogenei. Hanno qualche cosa di prestampato, una nota di sottofondo unica, come il bordone della musica tradizionale: i maschietti sono vestiti come piccoli ammiragli, come generali in pensione, come commercialisti al sabato, "quando non ci sono clienti da ricevere". Le bambine sembrano bambole meccaniche, ancora lucide, appena uscite dal cellophane. Una frotta di mammine, tutta intorno, li squadra con l'occhio consumato e professionale di un sarto e di uno stilista, considerando con apprensione l'entità di una gualcitura, la simmetria di una pince e, con stizza, la piega della vicina.
Prima di essere catturato, noto che molte di loro, recuperato il Piccolo Prodigio, lo caricano su un Fuoristrada dalle Dimensioni Inverosimili e dalla Potenza Inarrivabile, nel quale annegano, annaspano, galleggiano, allungandosi disperatamente nel tentativo di raggiungere pedali e leve sempre troppo iperuranici e lontani.
Negligentemente, mi lascio sfuggire la terribile domanda: ma perché in fuoristrada, a Genova, a Castelletto, in primavera, quando si potrebbe viaggiare su una biga di petali di rosa trainata da un cocchio di aironi ?
"Perché sono macchine molto robuste, soprattutto in caso di incidente"
Hai capito la mammina previdente ? Vuole essere sicura di una cosa, piccolo fiore scrupoloso: che, in caso di scontro con un'altra deliziosa mammina munita di utilitaria, siano - semmai - quella e il suo tenero piccino a morire tra le lamiere.
I bambini - galeotti ai ferri sui seggiolini posteriori di centinaia di auto - roteano gli occhi, cercando un'occasione, un mezzo, un complice per una non facile evasione.

Foto Andrea Borgnier
Genova (e soprattutto altrove), 4 novembre 2006
Nota: Omaggio al personaggio di Jack Nicholson in Professione Reporter di Michelangelo Antonioni.
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