Il Circo Volante di Markus


1. TEATRANTI

Si racconta che il trovarobe della compagnia teatrale diretta da Giustino De Ascentiis, valente capocomico che nei primi due decenni del secolo vigesimo fu assiduo sui palcoscenici del Piemonte e della Lombardia occidentale con un repertorio basato su Giacosa e Ferrari, come pure su Alfieri e Shakespeare e persino, con curioso straniamento linguistico, Gallina, tenesse a disposizione, dietro le quinte, un grosso mollusco cefalopode, di modo che, qualora l'azione languisse per amnesia o scarsa vena di taluno degli interpreti, ovvero il pubblico dimostrasse noia o peggio si abbandonasse alla celia, potesse entrare in scena un generico in abito da pescatore, che, recando in mano l'animale marino, ne annunziasse la felice cattura, movimentando così, con l'imprevista forzatura del testo, l'azione, e ridestando l'attenzione dell'uditorio; ed era il polpo di scena.


2. OSCAR WILDE

In un racconto di Oscar Wilde (1854-1900) intitolato "Il gitante egoista" si narra di un grasso signore che che trascorre la domenica sulla spiaggia di Ladispoli; indossa bermuda kaki, camicia hawaiiana e sandali infradito; porta occhiali da sole; spaparanzato su una sedia a sdraio si gode la frescura offertagli da un gigantesco ombrellone; ogniqualvolta un altro bagnante, anche un bimbo, anche una donna vecchia, tenta di ripararsi dal sole cocente sfruttando un lembo della sua ombra, egli lo scaccia a male parole e, se non se ne va, lo minaccia, senza alzarsi, di denuncia. Di Wilde si leggano anche la coppia di racconti di argomento pneumologico "L'asma di Canterville" e "La sfinge che non aveva secreti" e l'appassionante romanzo "Il retratto di Dorian Gray", imperniato su una difficile causa attinente l'eredità lasciata da un anziano viveur.


3. LOCUS CRUCIATUS

Il passo forse più tormentato dell'intera latinità è una frase di Plinio Seniore, dalla perduta opera "De opinione", di cui ci ha lasciato testimonianza il solito, enciclopedico Gellio:
Gell., Noct. Att., XIV, 12: "Energiam, verbum a Graecis tractum, scripsit Plinius Secundus in De opinione libris III: summa quae efficitur ex multiplicatione molis et quadrati lucis celeritatis energiae aequalis est".
Da secoli gli eruditi tentano di venire a capo delle parole di Plinio, il cui senso è oscurissimo. Tutte le traduzioni proposte appaiono lambiccate e insoddisfacenti. Non si può escludere che il luogo sia corrotto, o che Gellio, citando, come spesso fa, a memoria, abbia alterato la frase originaria sino a renderla del tutto priva di senso.


4. ANCORA GIGANTI

Francia, anni sessanta. Nel paesino di Chatel-Guyon, caro a Guy de Maupassant, uno schivo agricoltore di quarant'anni, noto per la statura spropositata, ma da sempre disinteressato alla politica, e più in generale sordo ai richiami del comune interesse e teso unicamente all'incremento dei propri affari particolari, si fa vedere ad una manifestazione del partito al governo: siede in prima fila ed applaude con vigore appena l'oratore nomina il Generale. Stupore dei presenti; qualcuno sussurra: "To'! Il gigante è gollista!".


5. L'OSTERIA DELL'AVVENIRE

Carlo Marx, com'è noto, si rifiutò ostinatamente di accondiscendere alle numerose richieste che gli venivano indirizzate affinché scrivesse il testo per l'"Osteria dell'Avvenire".
Le parole della canzonaccia, allora in voga fra i beoni di tutto il mondo, furono scritte da Engels, che, in questo come in altri casi, si rese colpevole di eccessiva semplificazione nei confronti delle teorie dei filosofo di Treviri, forse a cagione del suo approccio più emotivo che razionale:
Osteria dell'avvenire, paraponzi ponzi pà,
ci sara di che stupire, paraponzi ponzi pà,
pei padroni cazzi amari,
dittatura dei proletari,
dammel'a me, Biondina, dammel'a me, Biondà.
Forse proprio per correggere, in modo deciso quanto bonario, le superficialità dell'amico, Marx compose successivamente l'"Osteria della speranza", meno fortunata, ma filosoficamente ben più significativa:
Osteria della speranza, paraponzi ponzi pà,
noi vogliamo l'eguaglianza, paraponzi ponzi pà,
e la colle-ttivizzazione
dei mezzi di produzione,
dammel'a me, Biondina, dammel'a me, Biondà.
La morte impedì al grande Tedesco di completare l'intrapresa "Osteria del proletariato":
Osteria del prolé-tariato, paraponzi ponzi pà,
ecco come sarà lo Stato…
Questa lacuna ha fatto osservare amaramente a Louis Althusser che non esiste una vera e propria teoria marxiana dello Stato.


6. ZENONE E IL MANTELLO DI S.MARTINO

Appreso che Martino di Tours, incontrato un mendicante nudo sotto la neve battente, aveva diviso a metà con la spada il proprio mantello e aveva donato una delle due parti al miserabile, Zenone di Elea volle fare lo stesso. Indossò un mantello, prese una spada e se ne andò a spasso durante una bufera. Si imbatté subito in un accattone e compì agevolmente la stessa operazione che aveva reso illustre il nome del Santo. Riprese la strada, col suo mezzo mantello avvolto intorno al corpo, ma dopo cento metri eccoti un altro uomo ignudo. Il presocratico, fatti a mente taluni calcoli, divise in due il proprio mezzo mantello, tenne per sé uno dei due quarti, ne donò l'altro al povero e ripartì. Poco oltre, un altro mendico; una nuova divisione, ed entrambi - il filosofo e l'inope - tennero un ottavo di mantello. Molti atti di generosità si susseguirono, e Zenone già si vantava di poter vestire un numero infinito di disperati, finché uno dei beneficati, nel vedersi offrire un lembo sbrindellato di stoffa di circa un pollice quadrato, si adontò e con un pugno spaccò il naso del suo benefattore.


7. PROUST E IL CINEMA

Nel 1913 Giovanni Pastrone, alias Piero Fosco, volle replicare il grande successo internazionale appena ottenuto con "Cabiria". Poiché il film che l'aveva reso celebre si era avvalso, facendone un punto di forza, della collaborazione di Gabriele D'Annunzio, il regista richiese un soggetto per un film con Bartolomeo Pagano a Marcel Proust. Il lavoro dello scrittore transalpino, intitolato "Maciste contro Sainte- Beuve", non fu utilizzato da Pastrone, che lo ritenne troppo statico, e restò dimenticato sino al 1984, data della sua pubblicazione per i tipi delle Editions du Seuil (prefazione di Genette: "Pellicole", in appendice un saggio di Deleuze: "Titanologia dell'io"). Per quanto minore, questa operina costituisce una rara testimonianza dell'interesse dell'autore della "Ricerca" per la settima Musa.


8. LEOPOLD VON SACHER-MASOCH

Nessuno, o quasi, legge più "Venere in pelliccia", "Falso ermellino" o "Le messaline di Vienna", i romanzi prolissi, sciatti e, ahimé, ben poco scandalosi del mediocre Leopold von Sacher-Masoch (1836-1895). In essi si tenta di descrivere la torbida passione che spinge taluni uomini a trarre piacere dal darsi come schiavo ad una donna che ostentando crudeltà e cinismo sottoponga l'amante ad ogni sorta di umiliazione. Nel momento culminante di questi poveri romanzi la "dominatrice" (così viene definita la viziosa protagonista) affonda la faccia del suo balocco umano in un particolare tipo di dolce a base di panna, cioccolato e marmellata di albicocca, che, inventato dal pornografo austriaco, venne perciò chiamato Sachertorte; e, paradossalmente, grazie a questo merito gastronomico il nome di Sacher-Masoch non si è perduto nell'oblio.
Un atteggiamento sessuale speculare a quello descritto dallo scribacchino di Leopoli, e consistente nel trarre godimento dal sottoporre l'amante a inumane vessazioni e crudeli angherie, prende il nome di "sadismo" dallo scienziato francese Sadi Carnot (1796-1832), inventore, nel tempo libero, di raffinati strumenti di tortura e di piacere alimentati a vapore.


9. L'IDEALISMO DI UNA CAROGNA, OVVERO: UN'ALTRA DI CARLO MARX

Capitò, per una serie di circostanze, che nel 1818 la carogna di un molosso, abbandonata all'angolo di una strada a Berlino, vincesse il concorso bandito dall'Università di Heidelberg per la cattedra di fenomenologia. Le lezioni tenute dal corpo dell'animale, ancorché via via sempre più difficili da seguire per gli studenti a causa del fetore dovuto al progredire della putrefazione, riscossero il plauso degli intellettuali di tutta Europa. La carogna tenne una memorabile prolusione, che, subito considerata un caposaldo del pensiero idealista, fu tradotta in francese, italiano, spagnolo e svedese; re Federico Guglielmo I la ricevette a palazzo e la insignì di tre ordini cavallereschi e di una ragguardevole pensione.
Questa ammirazione fu aspramente biasimata dal giovane Carlo Marx, che invitò a non trattare un cane morto come Hegel.


10. UN READY-MADE DI MARCEL DUCHAMP

Una delle più singolari opere di Marcel Duchamp reca il titolo "M. Duchamp, Cartellino da museo (1940), ready-made in cartoncino, cm 25x15" ed è costituito da un rettangolo in cartoncino di cui il lato lungo misura venticinque centimetri e quello corto quindici; su di esso sono stampate, a caratteri bodoniani, le parole: "M. Duchamp, Cartellino da museo (1940), ready-made in cartoncino, cm 25x15". L'opera, considerata dal suo primo apparire una fortissima denuncia degli orrori del secondo conflitto mondiale, è attualmente esposta alla Galleria Nazionale di Arte Moderna di Roma. Nel 1997 fu oggetto di un clamoroso tentativo malriuscito di furto, o forse dello sberleffo di un dadaista "post litteram": ignoti sottrassero non già il capolavoro, bensì il cartellino informativo posto accanto ad esso, un misero rettangolo di cartoncino 25x15 sul quale erano stampate a caratteri bodoniani le semplici parole: "M. Duchamp, Cartellino da museo (1940), ready-made in cartoncino, cm 25x15". Data la totale mancanza di valore economico del compendio di furto, non fu svolto alcun atto di indagine.


11. L'AMNESIA DI JOHN CAGE

Testimoni degni di fede assicurano che durante una performance tenuta a Toronto il 14 marzo 1952 il pianista-compositore John Cage, colto da amnesia a metà del proprio celebre brano "4'33"", fu costretto ad improvvisarne la chiusa, suonando un allegro motivetto che restò nelle orecchie di uno dei presenti, il quale, molti anni dopo, ascoltando per la prima volta alla radio il celebre hit-single dei Kingsmen "Louie Louie", riscontrò fra i due temi inesplicabili quanto casuali somiglianze.


12. L'ASSOCIAZIONE

Forse una malintesa passione tardoromantica per il Medio Evo, o la riconoscenza del giurista ad uno dei primi codificatori, per aver evitato che, crollando, l'Impero romano portasse con sé il diritto nel Tartaro, o ancora una prima avvisaglia del culto irrazionalista per i regni barbarici, spinsero nel 1905 l'avvocato Paolo Enrichi del Foro di Torino a fondare un'associazione dedicata al re longobardo Rotari. Nulla può invece spiegare la rapidità con cui il neonato "club" si diffuse nell'alta società d'Italia, dapprima, e poi di tutto il mondo. Pochi intellettuali continuarono a deplorare l'ambiguità ideologica dell'operazione; Marinetti e Cangiullo lo bollarono inesorabilmente di passatismo; Salvemini si disse allarmato per il richiamo, implicito nel pensiero del circolo, al nefasto principio della personalità della legge. Ma tant'è: il successo del "club" è ormai planetario e irreversibile. Al giorno d'oggi nessuno può dirsi uomo di peso e di prestigio, se non fa parte dei rotariani, e solo taluni snob si ostinano a tenersi alla larga da loro.


13. L'ASSENZA DEL PISTACCHIO

Nonostante l'ampiezza e la qualità dei contributi critici su Samuel Beckett, un tema che non è ancora stato sufficientemente posto in luce, ma che si presenta come fondamentale nell'opera del letterato irlandese, è rappresentato dai pistacchi salati.
L'assenza pervicace di ogni e qualsiasi menzione dei pistacchi salati nei drammi e nelle opere narrative di Beckett non può che inquietare, soprattutto ove si pensi alla presenza di altri tipi di stuzzichini (ad esempio, le rape e le carote di Vladimiro ed Estragone o i sassi succhiati da Molloy). Non crediamo di cadere in eccessi psicoanalitici se affermiamo che i pistacchi salati costituivano per Beckett una vera e propria ossessione: un silenzio così assoluto, per citare Benno Jacob, non può essere che intenzionale, e la sistematica, costante rimozione di qualsivoglia riferimento ai pistacchi salati attinge al patologico.
Se in un lavoro giovanile come "Murphy" la mancanza dei pistacchi salati può passare per un gesto iconoclasta fine a se stesso, e nei drammi è funzionale al superamento delle tradizionali strutture rappresentative, è in un'operina tarda come "Quel che è strano, via" che i pistacchi salati - gli ormai celebri pistacchi salati - di Beckett raggiungono il loro trionfo: mai una citazione, mai un'allusione, mai una metafora che in qualche modo li faccia rientrare nel flusso di concetti indistinto e non-direzionale; i pistacchi salati si pongono in qualche modo fuori dal tempo, fuori dalla mente, e non sarebbe azzardato farne la chiave di lettura dell'intero monologo.


14. APPUNTI PER UNA BIOGRAFIA NEGATIVA DI DENIS DIDEROT

Denis Diderot non nacque il 22 aprile. La sua famiglia non risiedeva a Nimes. Suo padre, che non si chiamava Joseph, non era un mercante di pellame e sua madre, che non si chiamava Lucie, non era la figlia di un coltellinaio. Non frequentò una scuola tenuta da padri Scolopi e non studiò né l'iraniano né il russo. All'Università di Parigi non seguì i corsi di medicina. Non si impiegò come contabile nel 1733 e non fu mai cantante d'opera. Alla fine del 1741 non pensò di entrare nell'esercito e non ne fu dissuaso dall'insorgere di una malattia ai polmoni. Non restò celibe e non morì senza figli. Non ebbe un servitore melanesiano. Non vide mai la Lituania. Non conobbe personalmente Pietro Giannone. Non scrisse né "Micromega" né "Il segno dei quattro". Non fu mai imprigionato alla Bastiglia. Non scoprì il modo di cucinare la patata. Non rimase indifferente davanti a Madame Pisieux. Non si innamorò di Caterina II di Russia. Non fu amico dei fratelli Grimm. Non fu mai invitato a pranzo da papa Clemente. Non detestava Samuel Richardson. Non dipinse un ritratto di ignoto. Non rifiutò di collaborare all'Enciclopedia. Non tentò di uccidere Jean-Jacques Rousseau. Non allevò salmoni. Non morì di gotta. Non scommise con alcuno che avrebbe trascorso una notte in una casa abitata da fantasmi. Non scrisse mai una riga sui pistacchi salati.


15. LA DESTITUZIONE DI TOMMASO DA KEMPIS

Tommaso da Kempis, mistico e asceta tedesco del XV secolo, fu priore del Convento di Agnetenberg, nelle Fiandre. Appassionato di varietà, Tommaso, nei rari momenti di svago concessi dalla severa regola, allietava i monaci con canzoni buffe e monologhi comici, nei quali impersonava, riproducendone fedelmente la voce e il portamento, famosi personaggi. Il suo cavallo di battaglia era l'imitazione di Cristo; purtroppo il vescovo locale considerò il pur divertentissimo numero poco rispettoso, sicché promosse un processo canonico che si concluse con la destituzione del priore, che terminò i propri giorni in penitenza. La fama della devozione di Tommaso e della sua dedizione allo studio delle Sacre Scritture fu enorme in tutto l'Occidente; tanto più rumore fece pertanto la sua triste vicenda.


16. IL MANDARINO E IL PROGRESSO

Gli occidentali, almeno la maggior parte di essi, soliti considerare connaturata nella cultura cinese la concezione dell'universo come assolutamente statico, peccano forse di superficialità. Come in ogni grande civiltà plurimillenaria, non sono mancati in Cina personaggi non facilmente riconducibili al pensiero dominante.
Singolare interesse presenta, a questo proposito, la figura del mandarino Zaluuf, dottore del divano al tempo dell'imperatore Altoum, scienziato naturale ed economista, che, per i suoi studi sul mercato e la concorrenza può considerarsi il Ricardo dell'estremo Oriente. Resta famoso lo scambio di battute che ebbe con lo schiavo del riksciò (di cui non si è conservato il nome) che lo conduceva al Serraglio. Per convincerlo dei benefici recati dal progresso, che quegli disconosceva, Zaluuf gli fece notare che secoli addietro la gente andava in giro a piedi.


17. UN BAMBINO CATTIVO

Si sa che nulla cruccia un genitore più delle bugie del figlioletto, nulla gli dà maggior dolore e più forte preoccupazione. Le cose non andavano diversamente nell'antica Grecia. A Creta, l'angoscia causata dalla scarsissima sincerità candidamente ammessa dal loro bimbo fece incanutire precocemente i genitori del piccolo Epimenide.
Neppure il rispetto dovuto alle candide chiome della madre ancor giovane fece comprendere allo sciagurato pargolo che si deve amare la verità e rifuggire il mendacio come un contagio purulento. I poveri genitori, a lungo andare, di fronte all'ostinato fiume di bugie che usciva senza sosta dalla bocca dell'incorreggibile bambino, morirono letteralmente di crepacuore, invidiando sino all'ultimo istante di vita il padre e la madre di Giorgio Washington, i quali potevano a buon diritto andare orgogliosi di un figlio che non sapeva dir menzogna.


18. L'ANELLO AROMATICO

All'età di sette anni, Friedrich August Kekulé von Stradonitz (1829-1896) fu condotto dal padre ad assistere ad uno spettacolo del noto circo equestre di Philip Astley, che in quel momento si trovava in tournée in Germania e raccoglieva entusiasmi generali.
Il piccolo Friedrich, incantato davanti a quei prodigi, fu preso da una passione inarrestabile per l'arte circense. Avrebbe voluto dedicarsi alle acrobazie e al funambolismo; la famiglia lo avviò agli studi chimici. Fu il dramma della sua vita. Ancora vecchio, Kekulé sognava di lasciare la scienza ed unirsi a qualche carovana.
Non riuscì mai a raggiungere la sua meta. Tuttavia, poté occupare un posto nella storia del circo grazie all'invenzione di un formidabile numero con le scimmie: sei babbuini ammaestrati a formare un anello afferrandosi reciprocamente le zampe, di modo che il primo tenesse con le due anteriori le due posteriori del secondo, questo con una delle anteriori una delle posteriori del terzo, e il terzo con le due anteriori le due posteriori del quarto, e questi si atteggiasse come il secondo, e il quinto come il terzo, e il sesto infine come il quarto, e tutti avessero una zampa libera. Il numero prendeva il nome di "anello aromatico" in quanto i babbuini, per lenire il loro pungente lezzo, venivano cosparsi di gran copia di unguenti profumati.
La leggenda vuole che il meraviglioso intreccio di bestie sia apparso a Kekulé in sogno, e che fosse inconsciamente ispirato alla struttura della molecola del benzene, da lui scoperta pochi giorni prima.


19. L'"IMPASSE" DELLA DIETA

Com'è noto, nel XVI secolo nel regolamento della Dieta, cioè del Parlamento, del regno di Polonia si tentò di introdurre una curiosa regola in forza della quale ogni singolo membro di essa avrebbe goduto del diritto di veto. Per l'approvazione di leggi e quant'altro, quindi, sarebbe stata necessaria una deliberazione unanime.
E' ovvio che una norma del genere ha come conseguenza la paralisi dell'attività di un consesso legislativo, essendo pressoché impossibile raggiungere l'unanimità su un qualsiasi argomento.
Pochi sanno, però, che la norma in questione era di interpretazione autentica, e quindi, almeno sul piano formale, la sua portata era di chiarire che quella regola già esisteva anche se in forma meno esplicita.
Durante i lavori della Dieta ci si trovò di fronte ad una curiosa "impasse": un solo membro dell'assemblea, il conte Krzysztof Panarczyk, votò contro l'approvazione della norma, ponendo il suo veto; tutti gli altri erano favorevoli e in opposizione al riottoso conte invocavano il fatto che, nel momento della votazione, la facoltà di bloccare l'iter legislativo ancora non era riconosciuta. Krzysztof poneva cioè il veto sulla legge che dichiarava esistente il suo diritto di veto, in quanto egli negava di avere diritto di veto; tutti gli altri componenti dell'organo negavano al conte il diritto di veto perché erano convinti che esistesse il diritto di veto.
La riunione della Dieta durò ventisette giorni e si concluse con l'internamento in manicomio di tutta l'assemblea; secondo Montesquieu, si trattò della pagina più buia della storia delle istituzioni europee.


20. I DUELLANTI

Per cinque anni insanguinò le vie della città una guerra senza limiti di colpi fra mendicanti di origine austrotedesca, da una parte, e mendicanti francesi e inglesi, dall'altra. Si aggredivano, si picchiavano, si accoltellavano. Gli austrotedeschi ebbero la peggio, nonostante l'impegno prodigato. Straordinarie prove di valore diede per mesi un pezzente tedesco che, prima di essere ucciso a sua volta, abbatté decine di nemici in duelli all'angolo della strada. La figura di questo eroe, noto per il colore del manto che indossava e in cui si avvolgeva per dormire come il Barbone rosso, divenne ben presto leggendaria anche tra i nemici; si racconta che i suoi alleati tenessero, con appositi segni sui muri, il conto delle sue vittime.

21. LA COLOMBA DI KANT E IL GATTINO DI SCHRÖDINGER

L'austera casa del solitario filosofo Immanuel Kant era rallegrata dalla presenza di un grazioso animale da compagnia: una colomba. La simpatica bestiola, del tutto domestica, svolazzava libera nelle stanze dell'abitazione e talora si posava sulla spalla del padrone, mentre questi, seduto in poltrona davanti al camino, la testa sul petto, ragionava sulla ragion pura, e lo baciava con il tenero becco, e altre volte mangiava granaglie dalle sue mani.
Passando senza remore da una camera all'altra, si ritrovò un giorno la povera colomba nella stanza a tenuta stagna in cui il pensatore di Königsberg teneva riposta la propria macchina per la creazione del vuoto pneumatico (Pneumatischvakuumerschaffung-maschine), che aveva comprato anni prima, per pochi Pfennige, a un'asta fallimentare. La pesante porta ermetica si chiuse alle spalle del misero volatile, a causa di un improvviso colpo di vento. Per colmo di sfortuna, l'uccello, stanco del lungo batter le ali, e spaventato (erschreckt) del colpo secco cagionato dal battente, si posò su una sorta di trespolo; che era, nella realtà, la leva che azionava la macchina per la creazione del vuoto peneumatico (Pneumatischvakuumerschaffungmaschineeinschaltenhebel). In pochi secondi nella stanza non era rimasta la più menoma particella d'aria.
La misera colomba, che non si era accorta di essere rimasta prigione nella stanza, pensò, nonostante la stanchezza, di salvarsi volando via, opinando che, senza la resistenza offerta dall'aria, che si insinuava fra le sue penne remiganti, la sua velocità sarebbe stata tale da consentirle una rapida fuga; ma, con sua grande sorpresa, per quanto movesse le ali, non le riusciva di staccarsi dal suolo. In pochi secondi i suoi pensieri si fecero cianotici e i suoi occhi confusi, ed entrò in agonia.
Caso volle che in quella stessa stanza della macchina per la creazione del vuoto pneumatico (Pneumatischvakuumerschaffungmaschinezimmer) si trovasse il gattino che Erwin Schrödinger, partendo per il mare (an die See, oder ans Meer) dove intendeva trascorrere le vacanze, aveva affidato al metafisico nativo dell'odierna Kaliningrad, suo amico carissimo. Acciambellato per schiacciare un pisolino (ein Nickerchen), il gattino non si accorse di trovarsi nel vuoto. Nessuno è mai più entrato nella stanza, cosicché tuttora si ignora se il gattino sia morto o vivo. Quel che pare certo è che mangiò la colomba.

22. IL PRESTIDIGITATORE

Fra il 1921 e il 1938 Willard H. McKeir, oriundo di Glasgow, fece scalpore in tutti gli Stati Uniti, e, nel corso di una breve tournée, anche in Brasile, in Francia e nella natia Gran Bretagna, con i suoi numeri di magia rivoluzionari nelle tecniche e nell'impostazione scenica. Intere platee restarono sconvolte ed incredule di fronte al suo gioco più celebre, che, con evidente anche se un po' gratuita reminiscenza carrolliana, si intitolava White Rabbit and the Mad Hatter. McKeir entrava in scena reggendo per le orecchie un coniglio bianco le cui zampe erano legate insieme perché non si dibattesse troppo. Mentre si inchinava mellifluamente verso il pubblico, nella sua mano nuda compariva improvvisamente un grosso coltello. Il mago affondava la lama nella gola della bestiola e, esercitando una rapida pressione verso il basso, lacerato lo sterno, ne squarciava il petto e l'addome sino alla coda. A questo punto McKeir divaricava con le dita i lembi della ferita, che mostrava all'uditorio; insinuava i polpastrelli fra le viscere palpitanti del roditore; fingeva incertezza per qualche secondo; poi il suo volto si illuminava e, slargando più che poteva la fenditura cruenta, estraeva dal coniglio un cappello a cilindro di seta lucida, un po' inzaccherato di sangue e di fiele, che poneva in capo fra gli applausi.
Dopo lo spettacolo il coniglio veniva cotto allo spiedo.
Nel 1936 McKeir apparve nel film della Warner Bros. Las Vegas parade of 1937 per la regia di Roy Del Ruth: è l'unica testimonianza filmica dell'arte di questo dimenticato mattatore. Purtroppo l'appena introdotto codice Hays, interpretato in maniera parecchio rigida dai timorosi produttori, non consentì che venisse ripreso il numero tanto universalmente celebrato. Il grande mago si limitò a qualche piccolo gioco con foulard a tinte vivaci, per esaltare i prodigi del Technicolor.
Di White Rabbit and the Mad Hatter si è perso il segreto e nessuno è mai riuscito a ripetere il gioco.

23. ALCUNI DETTI DI GANDOLIN

Un giorno, il noto umorista toscano Gandolin si trovava a tavola insieme con alcuni vecchi amici. Assaggiata la minestra, lo scrittore la giudicò alquanto sciocca. Si guardò intorno alla ricerca della saliera, e, quando vide che essa era fuori della sua portata, ma si trovava proprio di fronte al piatto del suo amico Ambrogio, si rivolse a quest'ultimo: - Ambrogio, passami il sale.
In un'altra occasione, il lepido Gandolin arrivò trafelato alla stazione di Empoli, trascinando seco una grossa valigia. Sul binario vi era un solo passeggiere, un vecchio che indossava una giacca di fustagno, e Gandolin, dopo averlo squadrato con un'intensa occhiata, gli chiese a bruciapelo: - È passato l'accelerato per Firenze?
Ad un tale che, dopo averlo fermato in istrada, proprio davanti al duomo di Prato, gli aveva chiesto l'ora, Gandolin, estratto di tasca l'orologio, lo guardò di sfuggita e rispose: - Le quattro e venti.
Entrato nella rivendita di un tabaccaio di Fucecchio, Gandolin, dopo aver atteso pazientemente il proprio turno per alcuni minuti, fece di punto in bianco al venditore: - Tre macedonia, per cortesia.
Gandolin ventenne, mentre passeggiava per la via de' Calzaiuoli, fu urtato da un signore con baffi spioventi che procedeva nell'opposto senso. Un po' imbarazzato, l'altro si volse al grande umorista e gli mormorò: - Mi scusi -; e Gandolin di rimando: - Non c'è di che -, battuta di immediato e travolgente successo, tanto da essere citatissima a tutt'oggi.

24.TORMENTO

Molti anni prima di costruire il Nautilus, il Capitano trascorreva notti insonni, angosciato da visioni di catastrofi ed eventi luttuosi che, ineluttabilmente, si verificano nella realtà da lì a poche settimane.
Talora, per lenire la stanchezza e il gonfiore delle palpebre, si risolveva di far su le sue cose e passare i confini; e, non appena giunto all'estero, le visioni cessavano e il suo sonno si faceva sereno.

 

 

25.IL DETECTIVE NELL'INTIMITA'

 

Ogni mattina, per venti anni, Sherlock Holmes, svegliatosi, fatta una veloce toeletta, indossato un abito fresco, si accorgeva di aver perduto i fiammiferi. Desideroso di farsi una bella pipata, il grande detective iniziava a cercarli per tutta la stanza. Sollevava oggetti, si chinava a guardar sotto il letto, scostava gli armadi, controllava in fondo ai cassetti, frugava nelle tasche di tutti i vestiti, svitava il bulbo del lampadario, scuoteva i libri, scuciva cuscino e materassi, batteva con le nocche sui muri. Aggrottava le ciglia e tentava invano di rammentare dove li avesse posati, la sera prima; la memoria non dava risposte. Guardava di bel nuovo dovunque, aiutandosi con una lente; rilevava impronte digitali, annusava la polvere, verificava l’integrità delle serrature e delle finestre. Alla fine usciva e comprava un’altra scatola di fiammiferi.

Più tardi, davanti ad una tazza di “Earl grey”, pur sapientemente interrogato, il dottor Watson negava di saper qualcosa dello smarrimento; e Holmes restò sempre col dubbio che tutta la vicenda fosse, in qualche modo, uno scherzo orchestrato dall’amico.

 

 

 

26 LA NASCITA DI OMERO



Alla notizia che la madre di Omero era prossima al parto, il sindaco di Smirne le inviò un messo, offrendole ufficialmente di far nascere il futuro poeta nella città da lui amministrata.

L'araldo aveva appena terminato la sua ambasceria, quando bussò alla porta un altro araldo, che il Sindaco di Chio aveva inviato per la stessa missione.

Stanca di udire i due retori a magnificare la bellezza delle rispettive città, la madre di Omero uscì in strada, e si imbattè in una cesta ricolma di frutti esotici e altre sciccherie, nella quale spiccava un biglietto: "Il sindaco di colofonie omaggia e spera che il lieto evento si verifichi nella sua graziosa città". Frastornata, la povera donna si volse di nuovo verso casa, e una carrozza si fermò davanti a lei.

- Mi manda il sindaco di Itaca, - disse il postiglione. - Salti su, venga a partorire da noi!

- La mia carrozza è più bella, - disse, frenando i cavalli a stento, un altro postiglione che sopraggiunse, - come più bella è la città di Pilo, nella quale il mio sindaco spera che..

- Non dia ascolto a costoro, - urlò, di lontano, un vecchio stentoreo, - Argo non ha rivali, ed è già pronta per lei una dimora degna...

- Fermi tutti!, - disse, sopraggiungendo a bordo di un carro, un uomo dall'aspetto nobile e severo, - Sono il sindaco di Atene, e vengo personalmente per invitare...


Nel frattempo, l'uomo di Smirne e quello di Chio erano usciti di casa, sempre argomentando, e avevano raggiunto gli altri cinque.

Mentre le sette città, per bocca dei loro rappresentanti, si contendevano l'onore di dare i natali al grande poeta, la madre di Omero, stravolta per le fatiche della giornata, sentì rompere le acque; e nel travaglio del parto, innaturalmente accelerato, il bambino fu salvo, ma perse, nel cordoglio generale, la vista.

 


27. LA CURIOSA FINE DI UNA TARTARUGA

Una leggenda molto diffusa nella tradizione orale dei rettili greci vuole che molti secoli addietro una tartaruga piuttosto in vista nel suo branco sia stata ghermita da un aquila (*) e, lasciata cadere da considerevole altezza, si sia schiantata contro la testa calva di un uomo, rompendosi il carapace e morendo atrocemente. Ciò a dimostrazione della potenza del destino, giacché, se solo fosse caduta una spanna più in là, nella morbida erba dei prati, la tartaruga sarebbe ancora in vita e il suo branco non la piangerebbe tuttora.

(*) sic

POSTILLA (di Sherpa (**)) (***)

Zenone di Elea la tranquillizzò durante la caduta urlandole che secondo i suoi calcoli non avrebbe mai raggiunto il prato, purtroppo non aveva tenuto conto del tizio a cranio pelato

(**) sic

(***) Sherpa, tardo scoliaste tibetano. Tardo in senso intellettuale, perché cronogicamente furono coevi

 
 
28. LE GITE DELLE MARIANNA

Come è noto, tutti i giorni la Marianna si recava in campagna verso il tramonto; e, con impressionante regolarità, 
incrociava sulla via la donzelletta, che, alla stessa ora, recando in mano un mazzolino di rose e di viole, faceva il
percorso inverso.
 
 
 
 
29. UNA GIORNATA DI GODOT
 Personaggi: Godot

La scena si svolge nella casa di Godot. Dalle finestre entrano gli ultimi raggi di sole; è il tramonto. GODOT (seduto in poltrona in veste da camera e ciabatte, fuma la pipa, legge
il giornale e di tanto in tanto sorseggia un bicchiere di porto; dopo qualche minuto 
posa il giornale, si stira, guarda l'orologio, aggrotta le ciglia, e infine esclama): 
"Porca miseria, anche oggi mi sono completamente dimenticato di Vladimiro ed Estragone." 



30. CATTIVE ABITUDINI Da piccolo, il serpente Ourobouros non voleva saperne di smetterla di mangiarsi la coda. Sua madre le tentò tutte perché perdesse la brutta abitudine, ma non ottenne alcun risultato nemmeno cospargendola di aglio e di peperoncino.
31. IL DISTRATTO 

Soltanto dopo averlo appallottolato e gettato, Felix Klein si rese conto che il disegnino, da lui scarabocchiato sul primo foglio di un taccuino, 
mentre parlava al telefono con una vecchia zia, raffigurava due rette parallele ad una retta data che passavano per un medesimo punto. 
Nonostante febbrili ricerche, il grande matematico non riuscì mai a ritrovare quel prezioso foglietto, né a replicare il casuale disegno.
 
32. UN TENERO PADRE

Tutte le sere, Vladimir' Jakovl'evic Propp lasciava lo studio in cui aveva trascorso la gran parte della giornata sepolto fra i suoi pesanti tomi e andava a sedersi a fianco del lettino in cui si era appena coricata la figlioletta.

Djeduška (babbino), mi racconti una favola?, - chiedeva la bimba.

E Propp, con la voce più dolce e il tono più suadente, iniziava: - Alfa. Beta tre. Gamma due. Delta uno. Epsilon tre. Zeta due. Eta tre. Theta due. Chi. A maiuscolo cinque. A minuscolo tre. B maiuscolo sei. C. D maiuscolo sette. E quattro. F sei (in numeri romani). G uno. H due. I uno. J tre. K quattro. Pr due. Rs due. O. L...

A questo punto, sorridendo felice, la piccolina già dormiva, e Propp, silenziosamente, usciva dalla stanza, voltandosi spesso a guardarla.

 


33. L'ELEMOSINA DI COSTANTINO 

L'imperatore Costantino, passeggiando per le strade di Milano, era solito lasciare ai mendicanti che incontrava generose elemosine; ma l'umanista Valla, che lo seguiva da presso, subito dopo convinceva il mendicante, con erudita ed arguta facondia, che quell'elemosina non era in realtà mai avvenuta, e si faceva restituire i danari.

 

 

34. LE VACANZE DI ANSELMO D'AOSTA

Alla fine, Anselmo d'Aosta trascorse due settimane di ferie nell'Isola perduta, in mezzo all'oceano. Gli era stata decantata come luogo di favola; si ritrovò in uno scoglio brullo e sporco, abitato da pochi zotici; il clima era freddo e piovoso, vento e tempeste dominavano; l'albergo era squallido, i letti scomodi, le stanze male arredate, la cucina pessima; gli altri ospiti erano vecchi noiosi. In due settimane, non gli riuscì di trascorrere più di mezz'ora sulla spiaggia. In albergo non c'era televisione, i giornali non arrivavano; la noia regnava sovrana. Una località tutt'altro che perfetta, e giorno dopo giorno aumentava la soddisfazione di Anselmo, nel constatare l'evidente infondatezza dell'argomento con cui Gaunilone aveva tentato di confutare la prova ontologica.

 
35. UN APPUNTO DI JORGE LUIS BORGES

Bioy Casares portò da Londara un curioso pugnale dalla lama triangolare e dall'impugnatura a forma di H; il suo amico Christopher Dewey, del Consiglio Britannico, disse che tali armi erano d'uso comune nell'Indonesia. Il giudizio espresso lo spinse a ricordare che aveva lavorato in quel paese, tra le due guerre. Successivamente Silvina appurò che il pugnale era prodotto industrialmente a Linz; si trattava, invero, di un tagliacarte, abbastanza diffuso nei mercatini natalizi del Tirolo. Quanto a Mr.Dewey, emerse ben presto che non aveva mai lavorato in Indonesia, anzi, non era mai stato nel continente asiatico; si tingeva pure i capelli.

 

36. DEMENZA SENILE

Col passare del tempo, il ritratto manifestò vistosi segni di disorientamento temporo-spaziale e perdita della memoria a breve termine. Il suo sguardo appariva sempre più spesso distratto, assente; l'igiene personale si fece progressivamente carente; spesso si staccava dalla parete e iniziava a vagare per la stanza, in evidente stato confusionale. Il giorno in cui trovò il ritratto in mutande, come se quello fosse l'abbigliamento più normale del mondo, Mr.Gray fu costretto, non senza preoccupazione per le sue condizioni, e per evitare che facesse del male a se stesso e agli altri, a chiuderlo a chiave in un armadio.

37. Teoria e prassi della fruizione artistica in Francis Bacon

Il pittore anglo-irlandese Francis Bacon (1909-1992) preferiva, come affermò in più occasioni, che i suoi quadri fossero esposti dietro lastre di vetro, perché ciò ne rendeva la fruizione da parte dello spettatore più difficile e quindi più consapevole.

Per lo stesso motivo, il noto pittore chiedeva che, all'interno dei musei, le indicazioni per raggiungere le sale in cui erano esposti i suoi quadri fossero capovolte, e conducessero invece al buffet o al guardaroba.

In alcune occasioni, su sollecitazione dell'artista, i suoi dipinti vennero appesi a cinque metri dal suolo. Davanti a ciascuno di essi, veniva collocata una pertica, sulla quale lo spettatore poteva arrampicarsi per fruire nel modo opportuno, mentre si sorreggeva con le caviglie e con i popliti, dell'opera baconiana.

Il grande pittore ebbe il suo trionfo nel 1971, allorché fu allestita una sua retrospettiva al Grand Palais di Parigi. Per tutta la durata dell'esposizione, il portone del Grand Palais rimase chiuso. I visitatori arrivavano, spingevano, tentavano un paio di volte la maniglia, bussavano, chiamavano a gran voce, e finalmente se ne tornavano a casa, lieti di aver colto  il vero significato dell'arte di Bacon.

38. BUTOR E LA CRITICA

Dopo l'uscita del suo capolavoro “La modification”, Michel Butor (1926-vivente) fu fatto bersaglio di aspre critiche per il fatto che il suo romanzo fosse interamente scritto in seconda persona singolare. Gli esperti di bon ton fecero notare che sarebbe stata più consona la seconda persona plurale, che Butor e il suo personaggio non si conoscevano, che non avevano mai pranzato nella stessa locanda, né viaggiato nello stesso scompartimento di treno.

 

39. Abitudinari – 1

Nella cerchia degli amici intimi, Paul Valéry si lamentava perché, ogni volta che andava a fare quattro passi, incontrava quell’antipatica della marchesa, che, tutti i giorni da anni, usciva alle cinque; e sempre da sola, perché Natalia Ginzburg, che prometteva sempre di accompagnarla, alla fine restava in casa, dato che non trovava il cappello.

40. Abitudinari – 2

Gli abitanti di Konigsburg (odierna Kaliningrad) non sapevano mai con precisione che ora fosse, perché con cadenza pressoché quotidiana il filosofo Emanuele Kant, mentre andava a passeggio, nei più imprevedibili momenti della giornata, per le vie del centro, pretendeva, con fare bizzoso, che gli altri spostassero le lancette, sostenendo che gli orologi degli altri erano tutti avanti o tutti indietro a seconda dei casi. Sul punto fu anche presentata una petizione al Borgomastro, che la archiviò, spiegando ai concittadini che occorreva tollerare le bizzarrie di un insigne benefattore, che aveva manifestato la buona intenzione di lastricare a sue spese la Höllestraße.

 

41 Abitudinari

IL RISPETTO DELLE REGOLE

Come è noto, il giallista S.S. Van Dine - l'immortale creatore di PhiloVance - aveva stilato una serie di regole a cui lo scrittore di gialli classici doveva attenersi in nome della lealtà con il lettore. Una di tali regole prevedeva che il colpevole dovesse essere necessariamente uno dei personaggi comparsi nelle prime 100 pagine del romanzo. Capitò che, in occasione della prima ristampa di "La strana morte di Mr. Benson" (The Benson murder case), il tipografo, d'accordo con l'editore ma senza il consenso dell'autore, cambiò la dimensione dei caratteri. Aumentata così la foliazione, il personaggio del colpevole faceva ora la sua prima apparizione a pagina 101. Quando Van Dine se ne accorse, si irritò moltissimo dell'accaduto, ordinò di bloccare la distribuzione delle copie, e, fedele alle sue regole, cambiò il finale del libro in modo che il colpevole risultasse essere un personaggio apparso a pagina 77.

 

APPENDICE

 

 

LO STRATAGEMMA DEL VISCONTE DI BERRY

Sta scritto: "Anche gli uomini più stolti possono essere toccati dal senno".
La dinastia degli Antonini si perpetuava grazie al sistema successorio dell'adozione, che consentiva a ciascun augusto di scegliere come proprio erede l'uomo più adatto; ma il feudalesimo occidentale da secoli utilizzava la sciocca regola della primogenitura.
Capitò così che, agli inizi del secolo XIX, fosse visconte di Berry Louis-Charles-Marie-Philippe-Auguste-Henri IV.
Non era una cima. Anzi, il consenso generale lo riteneva decisamente fesso. Nelle cose di tutti i giorni, si arrangiava, poverino, passando per una brava persona. Ma quanto agli affari… oh!
La fortuna dei Berry, un tempo cospicua, già intaccata dalla rivoluzione, si volatilizzò nel 1827, quando il visconte investì gran parte dei suoi capitali in una società anonima per lo sfruttamento minerario del Conistan. Per svariati mesi Louis cercò su un atlante il Conistan, ma non trovò né l'ubertosa regione né - in seguito - i soci.
Il visconte non si scompose, perché pensava di disporre ancora di notevoli fondi depositati presso una banca; ma aveva trascurato il fatto che i proprietari della sua banca si chiamavano "Lo Smilzo" e "Lo Sfregiato".
Ridotto quasi sul lastrico, Berry, per mantenersi, firmò cambiali su cambiali. Nel 1830 (ultimo anno di regno di Carlo X) i suoi pagherò, ampiamenti scaduti, furono tutti rilevati da un certo Zacharias Goldstein, recentemente immigrato da Aachen, che dopo pochi giorni gli intimò di pagare.
Il visconte era rovinato.
A dire il vero, avrebbe potuto vendere il maniero di famiglia. Ma sul blasone dei Berry, dipinto sopra il caminetto nel salotto rosso, stava scritto: "Dio non paga il sabato e noi nemmeno gli altri giorni".
Decise pertanto di barricarsi nel suo appartamento di Parigi; quel che i giuristi romani definivano latitatio fraudationis causa.
Ben presto, però, le provviste scarseggiarono. Il fedele maggiordomo Baptiste non accettò di farsi mangiare, e tentativi di recarsi al mercato travestito da uomo barbuto, da donna e da capra riuscirono velleitari. Zacharias Goldstein, alla testa di un manipolo di bravacci, presidiava il palazzo.
A questo punto chiunque si sarebbe dichiarato sconfitto. Il visconte si ritirò: la notte porta consiglio. Sognò un piano perfetto, una macchinazione machiavellica, quale neppure il più astuto degli uomini avrebbe potuto escogitare.
Quale astuzia! Quale mirabile armonia in quella costruzione dell'ingegno! I più grandi strateghi, Temistocle, Giulio Cesare, Ulpio Traiano, Clausewitz, avrebbero dovuto acclamare il visconte. E quale fredda determinazione, quale imponderabile corrispondenza fra la realtà della prassi e l'irrealtà della teoria! Era detto dall'inizio dei tempi che Louis de Berry dovesse apparire debole di cervello per tutta la vita allo scopo di far brillare maggiormente questo colpo di genio.
Ed ecco quel che accadde, se pure queste misere parole possono rendere giustizia al frutto dell'intelligenza del visconte di Berry. Egli chiamò dalla finestra Zacharias Goldstein e gli disse che sarebbe sceso per adempiere. Ma quando il visconte si trovò faccia a faccia con Zacharias Goldstein, il vincitore e lo sconfitto, il circumveniente e il circumvenuto, afferrò un nodoso randello e con un sol colpo gli sfondò il cranio.

UN'ALTRA DISGRAZIA DEL SIGNOR PATAPUNZ

Durante la sua lunga vita, al signor Patapunz capitò più volte di essere malmenato per le sue idee politiche. Non si deve dimenticare che in quegli anni il potere era detenuto da un'oligarchia autoritaria e violenta, che favoriva prepotenti colpi di mano. Ma la cosa strana, che giustifica la presente narrazione e la sua inserzione nel XIV volume dell'opera "Storie mirabili", è la seguente: Patapunz non era un oppositore, bensì un convinto sostenitore del regime; le sue idee erano quelle del partito. Fu dunque vittima di aggressioni da parte di ribelli sovversivi? Al contrario essi plaudivano alla sua figura e distribuivano clandestinamente opuscoli con la sua effigie. Le sventure seguivano un meccanismo tipico: c'era in città un comizio di qualche autorità politico-militare; mentre il signor Patapunz gridava il suo entusiasmo, giungeva il servizio d'ordine, lo prelevava di forza e lo abbandonava ore dopo mezzo morto un un fosso.
Purtroppo per lui, il signor Patapunz aveva un curioso modo di gridare il suo entusiasmo. Dapprima increspava le labbra e scuoteva lievemente la testa; poi lasciava che il suo capo oscillasse con più vigorosa evidenza in senso orizzontale e mormorava: "No!"; nervosamente le sue mani si stringevano in pugni; in seguito egli soleva portarle alla bocca a mo' di megafono e gridare con quanto fiato aveva in corpo: "Buuu!"; al culmine dell'eccitazione estraeva da uno zaino che portava sempre con sé in queste occasioni uova e pomidoro e li scagliava verso l'oratore.
Raramente giungeva a tanto, e le squadracce non credevano ai suoi dolci occhi di bimbo, allorché egli giurava di essere fedele al governo, cosa che intendeva per l'appunto dimostrare in tale insolita guisa.


VENDETTA
DRAMMA IN CINQUE ATTI
Dramatis personae:
Giacomo McGregor;
Teodoro Robertson;
Un impiegato;

Atto primo
Scena unica
Una strada londinese. Un giorno di pioggia.
Giac: Signore, la prego, mi ripari con il suo ombrello! Sono ammalato!
Teod: Fila via!

Atto secondo
Scena unica
Un cascinale in Scozia. Un livido crepuscolo.
Giac (brandendo un coltello, alla tetra luce di una oscillante lampada ad olio): Teodoro Robertson, io giuro su questa lama due volte affilata che non avrò pace finché tu non sarai morto…

Atto terzo
Scena unica
La foresta brasiliana. Alberi fittissimi.
Giac (scavando con un piccone, lordo di fango e di sudore): Smeraldi! Sono ricco! E ora… potrò finalmente… (con un ghigno doloroso) vendicarmi!

Atto quarto
Scena unica
Un dormitorio di Parigi. Odore di soupe à l'oignon.
Imp: Signore, perché continuate a fingervi un clochard?
Giac (facendo segno di tacere): Per la riuscita del mio piano è necessario che tutti credano te il vero proprietario della Brazilian Smaragd Ltd.!

Atto quinto
Scena unica
Le Montagne rocciose. Sole a picco.
Giac (impugnando una lancia): Teodoro Robertson, guardami! Io sono l'uomo che sta per ucciderti!
Teod: Non puoi farlo! Esiste pure una giustizia!
Giac (ridendo istericamente): Giustizia! Tu, tu mi parli di giustizia, cane? (ricomponendosi) Sappi che ho corrotto tutte le polizie del mondo! Nulla puoi contro il potere della mia infinita ricchezza!
Teod (atterrito): Noooo! Sono… perduto!
Imp (paracadutandosi da un biplano Fokker): Signore, non lo faccia! Non sono smeraldi! Le controanalisi hanno rivelato che voi avete scoperto un giacimento di culi di bottiglia! Anzi, perché ti chiamo signore, morto di fame?
Giac (terreo): Ah, dunque sono rovinato… avevo preso tutto a credito…
Teod (trionfante): Avanti, su, spaccone, uccidimi! (gli assesta un calcio nelle natiche)
Giac (in ginocchio, stringendo nei pugni la polvere del deserto): Vendetta, tu mi sgusci dalle dita!

 

 

 

 


 

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