Il Circo Volante di Markus
1. TEATRANTI
Si racconta che il trovarobe della compagnia teatrale diretta da Giustino De Ascentiis, valente capocomico che nei primi due decenni del secolo vigesimo fu assiduo sui palcoscenici del Piemonte e della Lombardia occidentale con un repertorio basato su Giacosa e Ferrari, come pure su Alfieri e Shakespeare e persino, con curioso straniamento linguistico, Gallina, tenesse a disposizione, dietro le quinte, un grosso mollusco cefalopode, di modo che, qualora l'azione languisse per amnesia o scarsa vena di taluno degli interpreti, ovvero il pubblico dimostrasse noia o peggio si abbandonasse alla celia, potesse entrare in scena un generico in abito da pescatore, che, recando in mano l'animale marino, ne annunziasse la felice cattura, movimentando così, con l'imprevista forzatura del testo, l'azione, e ridestando l'attenzione dell'uditorio; ed era il polpo di scena.
2. OSCAR WILDE
In un racconto di Oscar Wilde (1854-1900) intitolato "Il gitante egoista" si narra di un grasso signore che che trascorre la domenica sulla spiaggia di Ladispoli; indossa bermuda kaki, camicia hawaiiana e sandali infradito; porta occhiali da sole; spaparanzato su una sedia a sdraio si gode la frescura offertagli da un gigantesco ombrellone; ogniqualvolta un altro bagnante, anche un bimbo, anche una donna vecchia, tenta di ripararsi dal sole cocente sfruttando un lembo della sua ombra, egli lo scaccia a male parole e, se non se ne va, lo minaccia, senza alzarsi, di denuncia. Di Wilde si leggano anche la coppia di racconti di argomento pneumologico "L'asma di Canterville" e "La sfinge che non aveva secreti" e l'appassionante romanzo "Il retratto di Dorian Gray", imperniato su una difficile causa attinente l'eredità lasciata da un anziano viveur.
3. LOCUS CRUCIATUS
Il passo forse più tormentato
dell'intera latinità è una frase di Plinio Seniore, dalla
perduta opera "De opinione", di cui ci ha lasciato
testimonianza il solito, enciclopedico Gellio:
Gell., Noct. Att., XIV, 12: "Energiam, verbum a Graecis
tractum, scripsit Plinius Secundus in De opinione libris III:
summa quae efficitur ex multiplicatione molis et quadrati
lucis celeritatis energiae aequalis est".
Da secoli gli eruditi tentano di venire a capo delle parole
di Plinio, il cui senso è oscurissimo. Tutte le traduzioni
proposte appaiono lambiccate e insoddisfacenti. Non si può
escludere che il luogo sia corrotto, o che Gellio, citando,
come spesso fa, a memoria, abbia alterato la frase originaria
sino a renderla del tutto priva di senso.
4. ANCORA GIGANTI
Francia, anni sessanta. Nel paesino di Chatel-Guyon, caro a Guy de Maupassant, uno schivo agricoltore di quarant'anni, noto per la statura spropositata, ma da sempre disinteressato alla politica, e più in generale sordo ai richiami del comune interesse e teso unicamente all'incremento dei propri affari particolari, si fa vedere ad una manifestazione del partito al governo: siede in prima fila ed applaude con vigore appena l'oratore nomina il Generale. Stupore dei presenti; qualcuno sussurra: "To'! Il gigante è gollista!".
5. L'OSTERIA DELL'AVVENIRE
Carlo Marx, com'è noto, si
rifiutò ostinatamente di accondiscendere alle numerose
richieste che gli venivano indirizzate affinché scrivesse il
testo per l'"Osteria dell'Avvenire".
Le parole della canzonaccia, allora in voga fra i beoni di
tutto il mondo, furono scritte da Engels, che, in questo come
in altri casi, si rese colpevole di eccessiva semplificazione
nei confronti delle teorie dei filosofo di Treviri, forse a
cagione del suo approccio più emotivo che razionale:
Osteria dell'avvenire, paraponzi ponzi pà,
ci sara di che stupire, paraponzi ponzi pà,
pei padroni cazzi amari,
dittatura dei proletari,
dammel'a me, Biondina, dammel'a me, Biondà.
Forse proprio per correggere, in modo deciso quanto bonario,
le superficialità dell'amico, Marx compose successivamente
l'"Osteria della speranza", meno fortunata, ma filosoficamente
ben più significativa:
Osteria della speranza, paraponzi ponzi pà,
noi vogliamo l'eguaglianza, paraponzi ponzi pà,
e la colle-ttivizzazione
dei mezzi di produzione,
dammel'a me, Biondina, dammel'a me, Biondà.
La morte impedì al grande Tedesco di completare l'intrapresa
"Osteria del proletariato":
Osteria del prolé-tariato, paraponzi ponzi pà,
ecco come sarà lo Stato…
Questa lacuna ha fatto osservare amaramente a Louis Althusser
che non esiste una vera e propria teoria marxiana dello
Stato.
6. ZENONE E IL MANTELLO DI S.MARTINO
Appreso che Martino di Tours, incontrato un mendicante nudo sotto la neve battente, aveva diviso a metà con la spada il proprio mantello e aveva donato una delle due parti al miserabile, Zenone di Elea volle fare lo stesso. Indossò un mantello, prese una spada e se ne andò a spasso durante una bufera. Si imbatté subito in un accattone e compì agevolmente la stessa operazione che aveva reso illustre il nome del Santo. Riprese la strada, col suo mezzo mantello avvolto intorno al corpo, ma dopo cento metri eccoti un altro uomo ignudo. Il presocratico, fatti a mente taluni calcoli, divise in due il proprio mezzo mantello, tenne per sé uno dei due quarti, ne donò l'altro al povero e ripartì. Poco oltre, un altro mendico; una nuova divisione, ed entrambi - il filosofo e l'inope - tennero un ottavo di mantello. Molti atti di generosità si susseguirono, e Zenone già si vantava di poter vestire un numero infinito di disperati, finché uno dei beneficati, nel vedersi offrire un lembo sbrindellato di stoffa di circa un pollice quadrato, si adontò e con un pugno spaccò il naso del suo benefattore.
7. PROUST E IL CINEMA
Nel 1913 Giovanni Pastrone, alias Piero Fosco, volle replicare il grande successo internazionale appena ottenuto con "Cabiria". Poiché il film che l'aveva reso celebre si era avvalso, facendone un punto di forza, della collaborazione di Gabriele D'Annunzio, il regista richiese un soggetto per un film con Bartolomeo Pagano a Marcel Proust. Il lavoro dello scrittore transalpino, intitolato "Maciste contro Sainte- Beuve", non fu utilizzato da Pastrone, che lo ritenne troppo statico, e restò dimenticato sino al 1984, data della sua pubblicazione per i tipi delle Editions du Seuil (prefazione di Genette: "Pellicole", in appendice un saggio di Deleuze: "Titanologia dell'io"). Per quanto minore, questa operina costituisce una rara testimonianza dell'interesse dell'autore della "Ricerca" per la settima Musa.
8. LEOPOLD VON SACHER-MASOCH
Nessuno, o quasi, legge più
"Venere in pelliccia", "Falso ermellino" o "Le messaline di
Vienna", i romanzi prolissi, sciatti e, ahimé, ben poco
scandalosi del mediocre Leopold von Sacher-Masoch (1836-1895).
In essi si tenta di descrivere la torbida passione che spinge
taluni uomini a trarre piacere dal darsi come schiavo ad una
donna che ostentando crudeltà e cinismo sottoponga l'amante ad
ogni sorta di umiliazione. Nel momento culminante di questi
poveri romanzi la "dominatrice" (così viene definita la
viziosa protagonista) affonda la faccia del suo balocco umano
in un particolare tipo di dolce a base di panna, cioccolato e
marmellata di albicocca, che, inventato dal pornografo
austriaco, venne perciò chiamato Sachertorte; e,
paradossalmente, grazie a questo merito gastronomico il nome
di Sacher-Masoch non si è perduto nell'oblio.
Un atteggiamento sessuale speculare a quello descritto dallo
scribacchino di Leopoli, e consistente nel trarre godimento
dal sottoporre l'amante a inumane vessazioni e crudeli
angherie, prende il nome di "sadismo" dallo scienziato
francese Sadi Carnot (1796-1832), inventore, nel tempo libero,
di raffinati strumenti di tortura e di piacere alimentati a
vapore.
9. L'IDEALISMO DI UNA CAROGNA, OVVERO: UN'ALTRA DI CARLO
MARX
Capitò, per una serie di
circostanze, che nel 1818 la carogna di un molosso,
abbandonata all'angolo di una strada a Berlino, vincesse il
concorso bandito dall'Università di Heidelberg per la cattedra
di fenomenologia. Le lezioni tenute dal corpo dell'animale,
ancorché via via sempre più difficili da seguire per gli
studenti a causa del fetore dovuto al progredire della
putrefazione, riscossero il plauso degli intellettuali di
tutta Europa. La carogna tenne una memorabile prolusione, che,
subito considerata un caposaldo del pensiero idealista, fu
tradotta in francese, italiano, spagnolo e svedese; re
Federico Guglielmo I la ricevette a palazzo e la insignì di
tre ordini cavallereschi e di una ragguardevole pensione.
Questa ammirazione fu aspramente biasimata dal giovane Carlo
Marx, che invitò a non trattare un cane morto come
Hegel.
10. UN READY-MADE DI MARCEL DUCHAMP
Una delle più singolari opere di Marcel Duchamp reca il titolo "M. Duchamp, Cartellino da museo (1940), ready-made in cartoncino, cm 25x15" ed è costituito da un rettangolo in cartoncino di cui il lato lungo misura venticinque centimetri e quello corto quindici; su di esso sono stampate, a caratteri bodoniani, le parole: "M. Duchamp, Cartellino da museo (1940), ready-made in cartoncino, cm 25x15". L'opera, considerata dal suo primo apparire una fortissima denuncia degli orrori del secondo conflitto mondiale, è attualmente esposta alla Galleria Nazionale di Arte Moderna di Roma. Nel 1997 fu oggetto di un clamoroso tentativo malriuscito di furto, o forse dello sberleffo di un dadaista "post litteram": ignoti sottrassero non già il capolavoro, bensì il cartellino informativo posto accanto ad esso, un misero rettangolo di cartoncino 25x15 sul quale erano stampate a caratteri bodoniani le semplici parole: "M. Duchamp, Cartellino da museo (1940), ready-made in cartoncino, cm 25x15". Data la totale mancanza di valore economico del compendio di furto, non fu svolto alcun atto di indagine.
11. L'AMNESIA DI JOHN CAGE
Testimoni degni di fede assicurano che durante una performance tenuta a Toronto il 14 marzo 1952 il pianista-compositore John Cage, colto da amnesia a metà del proprio celebre brano "4'33"", fu costretto ad improvvisarne la chiusa, suonando un allegro motivetto che restò nelle orecchie di uno dei presenti, il quale, molti anni dopo, ascoltando per la prima volta alla radio il celebre hit-single dei Kingsmen "Louie Louie", riscontrò fra i due temi inesplicabili quanto casuali somiglianze.
12. L'ASSOCIAZIONE
Forse una malintesa passione tardoromantica per il Medio Evo, o la riconoscenza del giurista ad uno dei primi codificatori, per aver evitato che, crollando, l'Impero romano portasse con sé il diritto nel Tartaro, o ancora una prima avvisaglia del culto irrazionalista per i regni barbarici, spinsero nel 1905 l'avvocato Paolo Enrichi del Foro di Torino a fondare un'associazione dedicata al re longobardo Rotari. Nulla può invece spiegare la rapidità con cui il neonato "club" si diffuse nell'alta società d'Italia, dapprima, e poi di tutto il mondo. Pochi intellettuali continuarono a deplorare l'ambiguità ideologica dell'operazione; Marinetti e Cangiullo lo bollarono inesorabilmente di passatismo; Salvemini si disse allarmato per il richiamo, implicito nel pensiero del circolo, al nefasto principio della personalità della legge. Ma tant'è: il successo del "club" è ormai planetario e irreversibile. Al giorno d'oggi nessuno può dirsi uomo di peso e di prestigio, se non fa parte dei rotariani, e solo taluni snob si ostinano a tenersi alla larga da loro.
13. L'ASSENZA DEL PISTACCHIO
Nonostante l'ampiezza e la
qualità dei contributi critici su Samuel Beckett, un tema che
non è ancora stato sufficientemente posto in luce, ma che si
presenta come fondamentale nell'opera del letterato irlandese,
è rappresentato dai pistacchi salati.
L'assenza pervicace di ogni e qualsiasi menzione dei
pistacchi salati nei drammi e nelle opere narrative di Beckett
non può che inquietare, soprattutto ove si pensi alla presenza
di altri tipi di stuzzichini (ad esempio, le rape e le carote
di Vladimiro ed Estragone o i sassi succhiati da Molloy). Non
crediamo di cadere in eccessi psicoanalitici se affermiamo che
i pistacchi salati costituivano per Beckett una vera e propria
ossessione: un silenzio così assoluto, per citare Benno Jacob,
non può essere che intenzionale, e la sistematica, costante
rimozione di qualsivoglia riferimento ai pistacchi salati
attinge al patologico.
Se in un lavoro giovanile come "Murphy" la mancanza dei
pistacchi salati può passare per un gesto iconoclasta fine a
se stesso, e nei drammi è funzionale al superamento delle
tradizionali strutture rappresentative, è in un'operina tarda
come "Quel che è strano, via" che i pistacchi salati - gli
ormai celebri pistacchi salati - di Beckett raggiungono il
loro trionfo: mai una citazione, mai un'allusione, mai una
metafora che in qualche modo li faccia rientrare nel flusso di
concetti indistinto e non-direzionale; i pistacchi salati si
pongono in qualche modo fuori dal tempo, fuori dalla mente, e
non sarebbe azzardato farne la chiave di lettura dell'intero
monologo.
14. APPUNTI PER UNA BIOGRAFIA NEGATIVA DI DENIS
DIDEROT
Denis Diderot non nacque il 22 aprile. La sua famiglia non risiedeva a Nimes. Suo padre, che non si chiamava Joseph, non era un mercante di pellame e sua madre, che non si chiamava Lucie, non era la figlia di un coltellinaio. Non frequentò una scuola tenuta da padri Scolopi e non studiò né l'iraniano né il russo. All'Università di Parigi non seguì i corsi di medicina. Non si impiegò come contabile nel 1733 e non fu mai cantante d'opera. Alla fine del 1741 non pensò di entrare nell'esercito e non ne fu dissuaso dall'insorgere di una malattia ai polmoni. Non restò celibe e non morì senza figli. Non ebbe un servitore melanesiano. Non vide mai la Lituania. Non conobbe personalmente Pietro Giannone. Non scrisse né "Micromega" né "Il segno dei quattro". Non fu mai imprigionato alla Bastiglia. Non scoprì il modo di cucinare la patata. Non rimase indifferente davanti a Madame Pisieux. Non si innamorò di Caterina II di Russia. Non fu amico dei fratelli Grimm. Non fu mai invitato a pranzo da papa Clemente. Non detestava Samuel Richardson. Non dipinse un ritratto di ignoto. Non rifiutò di collaborare all'Enciclopedia. Non tentò di uccidere Jean-Jacques Rousseau. Non allevò salmoni. Non morì di gotta. Non scommise con alcuno che avrebbe trascorso una notte in una casa abitata da fantasmi. Non scrisse mai una riga sui pistacchi salati.
15. LA DESTITUZIONE DI TOMMASO DA KEMPIS
Tommaso da Kempis, mistico e asceta tedesco del XV secolo, fu priore del Convento di Agnetenberg, nelle Fiandre. Appassionato di varietà, Tommaso, nei rari momenti di svago concessi dalla severa regola, allietava i monaci con canzoni buffe e monologhi comici, nei quali impersonava, riproducendone fedelmente la voce e il portamento, famosi personaggi. Il suo cavallo di battaglia era l'imitazione di Cristo; purtroppo il vescovo locale considerò il pur divertentissimo numero poco rispettoso, sicché promosse un processo canonico che si concluse con la destituzione del priore, che terminò i propri giorni in penitenza. La fama della devozione di Tommaso e della sua dedizione allo studio delle Sacre Scritture fu enorme in tutto l'Occidente; tanto più rumore fece pertanto la sua triste vicenda.
16. IL MANDARINO E IL PROGRESSO
Gli occidentali, almeno la
maggior parte di essi, soliti considerare connaturata nella
cultura cinese la concezione dell'universo come assolutamente
statico, peccano forse di superficialità. Come in ogni grande
civiltà plurimillenaria, non sono mancati in Cina personaggi
non facilmente riconducibili al pensiero dominante.
Singolare interesse presenta, a questo proposito, la figura
del mandarino Zaluuf, dottore del divano al tempo
dell'imperatore Altoum, scienziato naturale ed economista,
che, per i suoi studi sul mercato e la concorrenza può
considerarsi il Ricardo dell'estremo Oriente. Resta famoso lo
scambio di battute che ebbe con lo schiavo del riksciò (di cui
non si è conservato il nome) che lo conduceva al Serraglio.
Per convincerlo dei benefici recati dal progresso, che quegli
disconosceva, Zaluuf gli fece notare che secoli addietro la
gente andava in giro a piedi.
17. UN BAMBINO CATTIVO
Si sa che nulla cruccia un
genitore più delle bugie del figlioletto, nulla gli dà maggior
dolore e più forte preoccupazione. Le cose non andavano
diversamente nell'antica Grecia. A Creta, l'angoscia causata
dalla scarsissima sincerità candidamente ammessa dal loro
bimbo fece incanutire precocemente i genitori del piccolo
Epimenide.
Neppure il rispetto dovuto alle candide chiome della madre
ancor giovane fece comprendere allo sciagurato pargolo che si
deve amare la verità e rifuggire il mendacio come un contagio
purulento. I poveri genitori, a lungo andare, di fronte
all'ostinato fiume di bugie che usciva senza sosta dalla bocca
dell'incorreggibile bambino, morirono letteralmente di
crepacuore, invidiando sino all'ultimo istante di vita il
padre e la madre di Giorgio Washington, i quali potevano a
buon diritto andare orgogliosi di un figlio che non sapeva dir
menzogna.
18. L'ANELLO AROMATICO
All'età di sette anni, Friedrich
August Kekulé von Stradonitz (1829-1896) fu condotto dal padre
ad assistere ad uno spettacolo del noto circo equestre di
Philip Astley, che in quel momento si trovava in tournée in
Germania e raccoglieva entusiasmi generali.
Il piccolo Friedrich, incantato davanti a quei prodigi, fu
preso da una passione inarrestabile per l'arte circense.
Avrebbe voluto dedicarsi alle acrobazie e al funambolismo; la
famiglia lo avviò agli studi chimici. Fu il dramma della sua
vita. Ancora vecchio, Kekulé sognava di lasciare la scienza ed
unirsi a qualche carovana.
Non riuscì mai a raggiungere la sua meta. Tuttavia, poté
occupare un posto nella storia del circo grazie all'invenzione
di un formidabile numero con le scimmie: sei babbuini
ammaestrati a formare un anello afferrandosi reciprocamente le
zampe, di modo che il primo tenesse con le due anteriori le
due posteriori del secondo, questo con una delle anteriori una
delle posteriori del terzo, e il terzo con le due anteriori le
due posteriori del quarto, e questi si atteggiasse come il
secondo, e il quinto come il terzo, e il sesto infine come il
quarto, e tutti avessero una zampa libera. Il numero prendeva
il nome di "anello aromatico" in quanto i babbuini, per lenire
il loro pungente lezzo, venivano cosparsi di gran copia di
unguenti profumati.
La leggenda vuole che il meraviglioso intreccio di bestie sia
apparso a Kekulé in sogno, e che fosse inconsciamente ispirato
alla struttura della molecola del benzene, da lui scoperta
pochi giorni prima.
19. L'"IMPASSE" DELLA DIETA
Com'è noto, nel XVI secolo nel
regolamento della Dieta, cioè del Parlamento, del regno di
Polonia si tentò di introdurre una curiosa regola in forza
della quale ogni singolo membro di essa avrebbe goduto del
diritto di veto. Per l'approvazione di leggi e quant'altro,
quindi, sarebbe stata necessaria una deliberazione
unanime.
E' ovvio che una norma del genere ha come conseguenza la
paralisi dell'attività di un consesso legislativo, essendo
pressoché impossibile raggiungere l'unanimità su un qualsiasi
argomento.
Pochi sanno, però, che la norma in questione era di
interpretazione autentica, e quindi, almeno sul piano formale,
la sua portata era di chiarire che quella regola già esisteva
anche se in forma meno esplicita.
Durante i lavori della Dieta ci si trovò di fronte ad una
curiosa "impasse": un solo membro dell'assemblea, il conte
Krzysztof Panarczyk, votò contro l'approvazione della norma,
ponendo il suo veto; tutti gli altri erano favorevoli e in
opposizione al riottoso conte invocavano il fatto che, nel
momento della votazione, la facoltà di bloccare l'iter
legislativo ancora non era riconosciuta. Krzysztof poneva cioè
il veto sulla legge che dichiarava esistente il suo diritto di
veto, in quanto egli negava di avere diritto di veto; tutti
gli altri componenti dell'organo negavano al conte il diritto
di veto perché erano convinti che esistesse il diritto di
veto.
La riunione della Dieta durò ventisette giorni e si concluse
con l'internamento in manicomio di tutta l'assemblea; secondo
Montesquieu, si trattò della pagina più buia della storia
delle istituzioni europee.
20. I DUELLANTI
Per cinque anni insanguinò le vie della città una guerra senza limiti di colpi fra mendicanti di origine austrotedesca, da una parte, e mendicanti francesi e inglesi, dall'altra. Si aggredivano, si picchiavano, si accoltellavano. Gli austrotedeschi ebbero la peggio, nonostante l'impegno prodigato. Straordinarie prove di valore diede per mesi un pezzente tedesco che, prima di essere ucciso a sua volta, abbatté decine di nemici in duelli all'angolo della strada. La figura di questo eroe, noto per il colore del manto che indossava e in cui si avvolgeva per dormire come il Barbone rosso, divenne ben presto leggendaria anche tra i nemici; si racconta che i suoi alleati tenessero, con appositi segni sui muri, il conto delle sue vittime.
21. LA COLOMBA DI KANT E IL GATTINO DI SCHRÖDINGER
L'austera casa del solitario
filosofo Immanuel Kant era rallegrata dalla presenza di un
grazioso animale da compagnia: una colomba. La simpatica
bestiola, del tutto domestica, svolazzava libera nelle stanze
dell'abitazione e talora si posava sulla spalla del padrone,
mentre questi, seduto in poltrona davanti al camino, la testa
sul petto, ragionava sulla ragion pura, e lo baciava con il
tenero becco, e altre volte mangiava granaglie dalle sue
mani.
Passando senza remore da una camera all'altra, si ritrovò un
giorno la povera colomba nella stanza a tenuta stagna in cui
il pensatore di Königsberg teneva riposta la propria macchina
per la creazione del vuoto pneumatico
(Pneumatischvakuumerschaffung-maschine), che aveva comprato
anni prima, per pochi Pfennige, a un'asta fallimentare. La
pesante porta ermetica si chiuse alle spalle del misero
volatile, a causa di un improvviso colpo di vento. Per colmo
di sfortuna, l'uccello, stanco del lungo batter le ali, e
spaventato (erschreckt) del colpo secco cagionato dal
battente, si posò su una sorta di trespolo; che era, nella
realtà, la leva che azionava la macchina per la creazione del
vuoto peneumatico
(Pneumatischvakuumerschaffungmaschineeinschaltenhebel). In
pochi secondi nella stanza non era rimasta la più menoma
particella d'aria.
La misera colomba, che non si era accorta di essere rimasta
prigione nella stanza, pensò, nonostante la stanchezza, di
salvarsi volando via, opinando che, senza la resistenza
offerta dall'aria, che si insinuava fra le sue penne
remiganti, la sua velocità sarebbe stata tale da consentirle
una rapida fuga; ma, con sua grande sorpresa, per quanto
movesse le ali, non le riusciva di staccarsi dal suolo. In
pochi secondi i suoi pensieri si fecero cianotici e i suoi
occhi confusi, ed entrò in agonia.
Caso volle che in quella stessa stanza della macchina per la
creazione del vuoto pneumatico
(Pneumatischvakuumerschaffungmaschinezimmer) si trovasse il
gattino che Erwin Schrödinger, partendo per il mare (an die
See, oder ans Meer) dove intendeva trascorrere le vacanze,
aveva affidato al metafisico nativo dell'odierna Kaliningrad,
suo amico carissimo. Acciambellato per schiacciare un pisolino
(ein Nickerchen), il gattino non si accorse di trovarsi nel
vuoto. Nessuno è mai più entrato nella stanza, cosicché
tuttora si ignora se il gattino sia morto o vivo. Quel che
pare certo è che mangiò la colomba.
22. IL PRESTIDIGITATORE
Fra il 1921 e il 1938 Willard H. McKeir, oriundo di Glasgow,
fece scalpore in tutti gli Stati Uniti, e, nel corso di una
breve tournée, anche in Brasile, in Francia e nella natia Gran
Bretagna, con i suoi numeri di magia rivoluzionari nelle
tecniche e nell'impostazione scenica. Intere platee restarono
sconvolte ed incredule di fronte al suo gioco più celebre,
che, con evidente anche se un po' gratuita reminiscenza
carrolliana, si intitolava White Rabbit and the Mad Hatter.
McKeir entrava in scena reggendo per le orecchie un coniglio
bianco le cui zampe erano legate insieme perché non si
dibattesse troppo. Mentre si inchinava mellifluamente verso il
pubblico, nella sua mano nuda compariva improvvisamente un
grosso coltello. Il mago affondava la lama nella gola della
bestiola e, esercitando una rapida pressione verso il basso,
lacerato lo sterno, ne squarciava il petto e l'addome sino
alla coda. A questo punto McKeir divaricava con le dita i
lembi della ferita, che mostrava all'uditorio; insinuava i
polpastrelli fra le viscere palpitanti del roditore; fingeva
incertezza per qualche secondo; poi il suo volto si illuminava
e, slargando più che poteva la fenditura cruenta, estraeva dal
coniglio un cappello a cilindro di seta lucida, un po'
inzaccherato di sangue e di fiele, che poneva in capo fra gli
applausi.
Dopo lo spettacolo il coniglio veniva cotto allo spiedo.
Nel 1936 McKeir apparve nel film della Warner Bros. Las Vegas
parade of 1937 per la regia di Roy Del Ruth: è l'unica
testimonianza filmica dell'arte di questo dimenticato
mattatore. Purtroppo l'appena introdotto codice Hays,
interpretato in maniera parecchio rigida dai timorosi
produttori, non consentì che venisse ripreso il numero tanto
universalmente celebrato. Il grande mago si limitò a qualche
piccolo gioco con foulard a tinte vivaci, per esaltare i
prodigi del Technicolor.
Di White Rabbit and the Mad Hatter si è perso il segreto e
nessuno è mai riuscito a ripetere il gioco.
23. ALCUNI DETTI DI GANDOLIN
Un giorno, il noto umorista
toscano Gandolin si trovava a tavola insieme con alcuni vecchi
amici. Assaggiata la minestra, lo scrittore la giudicò
alquanto sciocca. Si guardò intorno alla ricerca della
saliera, e, quando vide che essa era fuori della sua portata,
ma si trovava proprio di fronte al piatto del suo amico
Ambrogio, si rivolse a quest'ultimo: - Ambrogio, passami il
sale.
In un'altra occasione, il lepido Gandolin arrivò trafelato
alla stazione di Empoli, trascinando seco una grossa valigia.
Sul binario vi era un solo passeggiere, un vecchio che
indossava una giacca di fustagno, e Gandolin, dopo averlo
squadrato con un'intensa occhiata, gli chiese a bruciapelo: -
È passato l'accelerato per Firenze?
Ad un tale che, dopo averlo fermato in istrada, proprio
davanti al duomo di Prato, gli aveva chiesto l'ora, Gandolin,
estratto di tasca l'orologio, lo guardò di sfuggita e rispose:
- Le quattro e venti.
Entrato nella rivendita di un tabaccaio di Fucecchio,
Gandolin, dopo aver atteso pazientemente il proprio turno per
alcuni minuti, fece di punto in bianco al venditore: - Tre
macedonia, per cortesia.
Gandolin ventenne, mentre passeggiava per la via de'
Calzaiuoli, fu urtato da un signore con baffi spioventi che
procedeva nell'opposto senso. Un po' imbarazzato, l'altro si
volse al grande umorista e gli mormorò: - Mi scusi -; e
Gandolin di rimando: - Non c'è di che -, battuta di immediato
e travolgente successo, tanto da essere citatissima a
tutt'oggi.
24.TORMENTO
Molti anni prima di costruire il Nautilus, il Capitano
trascorreva notti
insonni, angosciato da visioni di catastrofi ed eventi
luttuosi che, ineluttabilmente,
si verificano nella realtà da lì a poche settimane.
Talora, per lenire la stanchezza e il gonfiore delle
palpebre, si risolveva
di far su le sue cose e passare i confini; e, non appena
giunto all'estero,
le visioni cessavano e il suo sonno si faceva sereno.
25.IL DETECTIVE NELL'INTIMITA'
Ogni mattina, per venti anni, Sherlock Holmes, svegliatosi, fatta una veloce toeletta, indossato un abito fresco, si accorgeva di aver perduto i fiammiferi. Desideroso di farsi una bella pipata, il grande detective iniziava a cercarli per tutta la stanza. Sollevava oggetti, si chinava a guardar sotto il letto, scostava gli armadi, controllava in fondo ai cassetti, frugava nelle tasche di tutti i vestiti, svitava il bulbo del lampadario, scuoteva i libri, scuciva cuscino e materassi, batteva con le nocche sui muri. Aggrottava le ciglia e tentava invano di rammentare dove li avesse posati, la sera prima; la memoria non dava risposte. Guardava di bel nuovo dovunque, aiutandosi con una lente; rilevava impronte digitali, annusava la polvere, verificava l’integrità delle serrature e delle finestre. Alla fine usciva e comprava un’altra scatola di fiammiferi.
Più tardi, davanti ad una tazza di “Earl grey”, pur sapientemente interrogato, il dottor Watson negava di saper qualcosa dello smarrimento; e Holmes restò sempre col dubbio che tutta la vicenda fosse, in qualche modo, uno scherzo orchestrato dall’amico.
26 LA NASCITA DI OMERO
- Fermi tutti!, - disse, sopraggiungendo a bordo di un carro, un uomo dall'aspetto nobile e severo, - Sono il sindaco di Atene, e vengo personalmente per invitare...
Nel frattempo, l'uomo di Smirne e
quello di Chio erano usciti di casa, sempre argomentando, e avevano raggiunto
gli altri cinque.
Mentre le sette città, per bocca dei loro
rappresentanti, si contendevano l'onore di dare i natali al grande poeta, la
madre di Omero, stravolta per le fatiche della giornata, sentì rompere le
acque; e nel travaglio del parto, innaturalmente accelerato, il bambino fu
salvo, ma perse, nel cordoglio generale, la vista.
27. LA CURIOSA FINE DI UNA TARTARUGA
Una leggenda molto diffusa nella
tradizione orale dei rettili greci vuole che molti secoli addietro una
tartaruga piuttosto in vista nel suo branco sia stata ghermita da un aquila
(*) e, lasciata cadere da considerevole altezza, si sia schiantata contro la
testa calva di un uomo, rompendosi il carapace e morendo atrocemente. Ciò a
dimostrazione della potenza del destino, giacché, se solo fosse caduta una
spanna più in là, nella morbida erba dei prati, la tartaruga sarebbe ancora
in vita e il suo branco non la piangerebbe tuttora.
(*) sic
POSTILLA (di Sherpa (**)) (***)
Zenone di Elea la tranquillizzò durante la caduta urlandole che secondo i suoi calcoli non avrebbe mai raggiunto il prato, purtroppo non aveva tenuto conto del tizio a cranio pelato(**) sic
(***) Sherpa, tardo scoliaste tibetano. Tardo in senso intellettuale, perché cronogicamente furono coevi
28. LE GITE DELLE MARIANNA
Come è noto, tutti i giorni la Marianna si recava in campagna verso il tramonto; e, con impressionante regolarità,
incrociava sulla via la donzelletta, che, alla stessa ora, recando in mano un mazzolino di rose e di viole, faceva il
percorso inverso.
29. UNA GIORNATA DI GODOT
Personaggi: Godot
La scena si svolge nella casa di Godot. Dalle finestre entrano gli ultimi raggi di sole; è il tramonto. GODOT (seduto in poltrona in veste da camera e ciabatte, fuma la pipa, legge
il giornale e di tanto in tanto sorseggia un bicchiere di porto; dopo qualche minuto
posa il giornale, si stira, guarda l'orologio, aggrotta le ciglia, e infine esclama):
"Porca miseria, anche oggi mi sono completamente dimenticato di Vladimiro ed Estragone."
30. CATTIVE ABITUDINI
Da piccolo, il serpente Ourobouros non voleva saperne di smetterla di mangiarsi la coda. Sua madre le tentò tutte perché perdesse la brutta
abitudine, ma non ottenne alcun risultato nemmeno cospargendola di aglio e di peperoncino.
31. IL DISTRATTO
Soltanto dopo averlo appallottolato e gettato, Felix Klein si rese conto che il disegnino, da lui scarabocchiato sul primo foglio di un taccuino,
mentre parlava al telefono con una vecchia zia, raffigurava due rette parallele ad una retta data che passavano per un medesimo punto.
Nonostante febbrili ricerche, il grande matematico non riuscì mai a ritrovare quel prezioso foglietto, né a replicare il casuale disegno.
32. UN TENERO PADRE
Tutte le sere, Vladimir' Jakovl'evic Propp lasciava lo studio in cui aveva trascorso la gran parte della giornata sepolto fra i suoi pesanti tomi e andava a sedersi a fianco del lettino in cui si era appena coricata la figlioletta.
Djeduška (babbino), mi racconti una favola?, - chiedeva la bimba.
E Propp, con la voce più dolce e il tono più suadente, iniziava: - Alfa. Beta tre. Gamma due. Delta uno. Epsilon tre. Zeta due. Eta tre. Theta due. Chi. A maiuscolo cinque. A minuscolo tre. B maiuscolo sei. C. D maiuscolo sette. E quattro. F sei (in numeri romani). G uno. H due. I uno. J tre. K quattro. Pr due. Rs due. O. L...
A questo punto, sorridendo felice, la piccolina già dormiva, e Propp, silenziosamente, usciva dalla stanza, voltandosi spesso a guardarla.
33. L'ELEMOSINA DI COSTANTINO
L'imperatore Costantino, passeggiando per le strade di Milano, era solito lasciare ai mendicanti che incontrava generose elemosine; ma l'umanista Valla, che lo seguiva da presso, subito dopo convinceva il mendicante, con erudita ed arguta facondia, che quell'elemosina non era in realtà mai avvenuta, e si faceva restituire i danari.
34. LE VACANZE DI ANSELMO D'AOSTA
Alla fine, Anselmo d'Aosta trascorse due settimane di ferie nell'Isola perduta, in mezzo all'oceano. Gli era stata decantata come luogo di favola; si ritrovò in uno scoglio brullo e sporco, abitato da pochi zotici; il clima era freddo e piovoso, vento e tempeste dominavano; l'albergo era squallido, i letti scomodi, le stanze male arredate, la cucina pessima; gli altri ospiti erano vecchi noiosi. In due settimane, non gli riuscì di trascorrere più di mezz'ora sulla spiaggia. In albergo non c'era televisione, i giornali non arrivavano; la noia regnava sovrana. Una località tutt'altro che perfetta, e giorno dopo giorno aumentava la soddisfazione di Anselmo, nel constatare l'evidente infondatezza dell'argomento con cui Gaunilone aveva tentato di confutare la prova ontologica.
35. UN APPUNTO DI JORGE LUIS BORGESBioy Casares portò da Londara un curioso pugnale dalla lama triangolare e dall'impugnatura a forma di H; il suo amico Christopher Dewey, del Consiglio Britannico, disse che tali armi erano d'uso comune nell'Indonesia. Il giudizio espresso lo spinse a ricordare che aveva lavorato in quel paese, tra le due guerre. Successivamente Silvina appurò che il pugnale era prodotto industrialmente a Linz; si trattava, invero, di un tagliacarte, abbastanza diffuso nei mercatini natalizi del Tirolo. Quanto a Mr.Dewey, emerse ben presto che non aveva mai lavorato in Indonesia, anzi, non era mai stato nel continente asiatico; si tingeva pure i capelli.
36. DEMENZA SENILE
Col passare del tempo, il ritratto manifestò vistosi segni di
disorientamento temporo-spaziale e perdita della memoria a breve
termine. Il suo sguardo appariva sempre più spesso distratto, assente;
l'igiene personale si fece progressivamente carente; spesso si staccava
dalla parete e iniziava a vagare per la stanza, in evidente stato
confusionale. Il giorno in cui trovò il ritratto in mutande, come se
quello fosse l'abbigliamento più normale del mondo, Mr.Gray fu
costretto, non senza preoccupazione per le sue condizioni, e per evitare
che facesse del male a se stesso e agli altri, a chiuderlo a chiave in
un armadio.
37. Teoria e prassi della fruizione artistica
in Francis Bacon
Il pittore anglo-irlandese Francis Bacon (1909-1992) preferiva, come affermò in più occasioni, che i suoi quadri fossero esposti dietro lastre di vetro, perché ciò ne rendeva la fruizione da parte dello spettatore più difficile e quindi più consapevole.
Per lo stesso motivo, il noto pittore chiedeva che, all'interno dei musei, le indicazioni per raggiungere le sale in cui erano esposti i suoi quadri fossero capovolte, e conducessero invece al buffet o al guardaroba.
In alcune occasioni, su sollecitazione dell'artista, i suoi dipinti vennero appesi a cinque metri dal suolo. Davanti a ciascuno di essi, veniva collocata una pertica, sulla quale lo spettatore poteva arrampicarsi per fruire nel modo opportuno, mentre si sorreggeva con le caviglie e con i popliti, dell'opera baconiana.
Il grande pittore ebbe il suo trionfo nel 1971, allorché fu allestita una sua retrospettiva al Grand Palais di Parigi. Per tutta la durata dell'esposizione, il portone del Grand Palais rimase chiuso. I visitatori arrivavano, spingevano, tentavano un paio di volte la maniglia, bussavano, chiamavano a gran voce, e finalmente se ne tornavano a casa, lieti di aver colto il vero significato dell'arte di Bacon.
38. BUTOR E LA CRITICA
Dopo l'uscita del suo capolavoro “La modification”, Michel Butor (1926-vivente) fu fatto bersaglio di aspre critiche per il fatto che il suo romanzo fosse interamente scritto in seconda persona singolare. Gli esperti di bon ton fecero notare che sarebbe stata più consona la seconda persona plurale, che Butor e il suo personaggio non si conoscevano, che non avevano mai pranzato nella stessa locanda, né viaggiato nello stesso scompartimento di treno.
39. Abitudinari – 1
Nella cerchia degli amici intimi, Paul Valéry si lamentava perché, ogni volta che andava a fare quattro passi, incontrava quell’antipatica della marchesa, che, tutti i giorni da anni, usciva alle cinque; e sempre da sola, perché Natalia Ginzburg, che prometteva sempre di accompagnarla, alla fine restava in casa, dato che non trovava il cappello.
40. Abitudinari – 2
Gli abitanti di Konigsburg (odierna Kaliningrad) non sapevano mai con precisione che ora fosse, perché con cadenza pressoché quotidiana il filosofo Emanuele Kant, mentre andava a passeggio, nei più imprevedibili momenti della giornata, per le vie del centro, pretendeva, con fare bizzoso, che gli altri spostassero le lancette, sostenendo che gli orologi degli altri erano tutti avanti o tutti indietro a seconda dei casi. Sul punto fu anche presentata una petizione al Borgomastro, che la archiviò, spiegando ai concittadini che occorreva tollerare le bizzarrie di un insigne benefattore, che aveva manifestato la buona intenzione di lastricare a sue spese la Höllestraße.
41 Abitudinari
IL RISPETTO DELLE REGOLE
Come è noto, il giallista S.S. Van Dine - l'immortale creatore di PhiloVance - aveva stilato una serie di regole a cui lo scrittore di gialli
classici doveva attenersi in nome della lealtà con il lettore.
Una di tali regole prevedeva che il colpevole dovesse essere necessariamente
uno dei personaggi comparsi nelle prime 100 pagine del romanzo.
Capitò che, in occasione della prima ristampa di "La strana morte di Mr.
Benson" (The Benson murder case), il tipografo, d'accordo con l'editore ma
senza il consenso dell'autore, cambiò la dimensione dei caratteri. Aumentata così la foliazione, il personaggio del colpevole faceva ora la sua prima
apparizione a pagina 101. Quando Van Dine se ne accorse, si irritò
moltissimo dell'accaduto, ordinò di bloccare la distribuzione delle copie,
e, fedele alle sue regole, cambiò il finale del libro in modo che il
colpevole risultasse essere un personaggio apparso a pagina 77.
APPENDICE
LO STRATAGEMMA DEL VISCONTE DI BERRY
Sta scritto: "Anche gli uomini
più stolti possono essere toccati dal senno".
La dinastia degli Antonini si perpetuava grazie al sistema
successorio dell'adozione, che consentiva a ciascun augusto di
scegliere come proprio erede l'uomo più adatto; ma il
feudalesimo occidentale da secoli utilizzava la sciocca regola
della primogenitura.
Capitò così che, agli inizi del secolo XIX, fosse visconte di
Berry Louis-Charles-Marie-Philippe-Auguste-Henri IV.
Non era una cima. Anzi, il consenso generale lo riteneva
decisamente fesso. Nelle cose di tutti i giorni, si
arrangiava, poverino, passando per una brava persona. Ma
quanto agli affari… oh!
La fortuna dei Berry, un tempo cospicua, già intaccata dalla
rivoluzione, si volatilizzò nel 1827, quando il visconte
investì gran parte dei suoi capitali in una società anonima
per lo sfruttamento minerario del Conistan. Per svariati mesi
Louis cercò su un atlante il Conistan, ma non trovò né
l'ubertosa regione né - in seguito - i soci.
Il visconte non si scompose, perché pensava di disporre
ancora di notevoli fondi depositati presso una banca; ma aveva
trascurato il fatto che i proprietari della sua banca si
chiamavano "Lo Smilzo" e "Lo Sfregiato".
Ridotto quasi sul lastrico, Berry, per mantenersi, firmò
cambiali su cambiali. Nel 1830 (ultimo anno di regno di Carlo
X) i suoi pagherò, ampiamenti scaduti, furono tutti rilevati
da un certo Zacharias Goldstein, recentemente immigrato da
Aachen, che dopo pochi giorni gli intimò di pagare.
Il visconte era rovinato.
A dire il vero, avrebbe potuto vendere il maniero di
famiglia. Ma sul blasone dei Berry, dipinto sopra il caminetto
nel salotto rosso, stava scritto: "Dio non paga il sabato e
noi nemmeno gli altri giorni".
Decise pertanto di barricarsi nel suo appartamento di Parigi;
quel che i giuristi romani definivano latitatio fraudationis
causa.
Ben presto, però, le provviste scarseggiarono. Il fedele
maggiordomo Baptiste non accettò di farsi mangiare, e
tentativi di recarsi al mercato travestito da uomo barbuto, da
donna e da capra riuscirono velleitari. Zacharias Goldstein,
alla testa di un manipolo di bravacci, presidiava il
palazzo.
A questo punto chiunque si sarebbe dichiarato sconfitto. Il
visconte si ritirò: la notte porta consiglio. Sognò un piano
perfetto, una macchinazione machiavellica, quale neppure il
più astuto degli uomini avrebbe potuto escogitare.
Quale astuzia! Quale mirabile armonia in quella costruzione
dell'ingegno! I più grandi strateghi, Temistocle, Giulio
Cesare, Ulpio Traiano, Clausewitz, avrebbero dovuto acclamare
il visconte. E quale fredda determinazione, quale
imponderabile corrispondenza fra la realtà della prassi e
l'irrealtà della teoria! Era detto dall'inizio dei tempi che
Louis de Berry dovesse apparire debole di cervello per tutta
la vita allo scopo di far brillare maggiormente questo colpo
di genio.
Ed ecco quel che accadde, se pure queste misere parole
possono rendere giustizia al frutto dell'intelligenza del
visconte di Berry. Egli chiamò dalla finestra Zacharias
Goldstein e gli disse che sarebbe sceso per adempiere. Ma
quando il visconte si trovò faccia a faccia con Zacharias
Goldstein, il vincitore e lo sconfitto, il circumveniente e il
circumvenuto, afferrò un nodoso randello e con un sol colpo
gli sfondò il cranio.
UN'ALTRA DISGRAZIA DEL SIGNOR PATAPUNZ
Durante la sua lunga vita, al
signor Patapunz capitò più volte di essere malmenato per le
sue idee politiche. Non si deve dimenticare che in quegli anni
il potere era detenuto da un'oligarchia autoritaria e
violenta, che favoriva prepotenti colpi di mano. Ma la cosa
strana, che giustifica la presente narrazione e la sua
inserzione nel XIV volume dell'opera "Storie mirabili", è la
seguente: Patapunz non era un oppositore, bensì un convinto
sostenitore del regime; le sue idee erano quelle del partito.
Fu dunque vittima di aggressioni da parte di ribelli
sovversivi? Al contrario essi plaudivano alla sua figura e
distribuivano clandestinamente opuscoli con la sua effigie. Le
sventure seguivano un meccanismo tipico: c'era in città un
comizio di qualche autorità politico-militare; mentre il
signor Patapunz gridava il suo entusiasmo, giungeva il
servizio d'ordine, lo prelevava di forza e lo abbandonava ore
dopo mezzo morto un un fosso.
Purtroppo per lui, il signor Patapunz aveva un curioso modo
di gridare il suo entusiasmo. Dapprima increspava le labbra e
scuoteva lievemente la testa; poi lasciava che il suo capo
oscillasse con più vigorosa evidenza in senso orizzontale e
mormorava: "No!"; nervosamente le sue mani si stringevano in
pugni; in seguito egli soleva portarle alla bocca a mo' di
megafono e gridare con quanto fiato aveva in corpo: "Buuu!";
al culmine dell'eccitazione estraeva da uno zaino che portava
sempre con sé in queste occasioni uova e pomidoro e li
scagliava verso l'oratore.
Raramente giungeva a tanto, e le squadracce non credevano ai
suoi dolci occhi di bimbo, allorché egli giurava di essere
fedele al governo, cosa che intendeva per l'appunto dimostrare
in tale insolita guisa.
VENDETTA
DRAMMA IN CINQUE ATTI
Dramatis personae:
Giacomo McGregor;
Teodoro Robertson;
Un impiegato;
Atto primo
Scena unica
Una strada londinese. Un giorno di pioggia.
Giac: Signore, la prego, mi ripari con il suo ombrello! Sono
ammalato!
Teod: Fila via!
Atto secondo
Scena unica
Un cascinale in Scozia. Un livido crepuscolo.
Giac (brandendo un coltello, alla tetra luce di una
oscillante lampada ad olio): Teodoro Robertson, io giuro su
questa lama due volte affilata che non avrò pace finché tu non
sarai morto…
Atto terzo
Scena unica
La foresta brasiliana. Alberi fittissimi.
Giac (scavando con un piccone, lordo di fango e di sudore):
Smeraldi! Sono ricco! E ora… potrò finalmente… (con un ghigno
doloroso) vendicarmi!
Atto quarto
Scena unica
Un dormitorio di Parigi. Odore di soupe à l'oignon.
Imp: Signore, perché continuate a fingervi un clochard?
Giac (facendo segno di tacere): Per la riuscita del mio piano
è necessario che tutti credano te il vero proprietario della
Brazilian Smaragd Ltd.!
Atto quinto
Scena unica
Le Montagne rocciose. Sole a picco.
Giac (impugnando una lancia): Teodoro Robertson, guardami! Io
sono l'uomo che sta per ucciderti!
Teod: Non puoi farlo! Esiste pure una giustizia!
Giac (ridendo istericamente): Giustizia! Tu, tu mi parli di
giustizia, cane? (ricomponendosi) Sappi che ho corrotto tutte
le polizie del mondo! Nulla puoi contro il potere della mia
infinita ricchezza!
Teod (atterrito): Noooo! Sono… perduto!
Imp (paracadutandosi da un biplano Fokker): Signore, non lo
faccia! Non sono smeraldi! Le controanalisi hanno rivelato che
voi avete scoperto un giacimento di culi di bottiglia! Anzi,
perché ti chiamo signore, morto di fame?
Giac (terreo): Ah, dunque sono rovinato… avevo preso tutto a
credito…
Teod (trionfante): Avanti, su, spaccone, uccidimi! (gli
assesta un calcio nelle natiche)
Giac (in ginocchio, stringendo nei pugni la polvere del
deserto): Vendetta, tu mi sgusci dalle dita!
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